NEET & Coach

NEET & Coach

L’acronimo NEET sta per Not in Education Employment or Training. In italiano né-né, o altre definizioni poco lusinghiere

Questo testo contiene una tesi diversa e complementare a Resilienza segreta  e vi invitiamo a leggerli entrambi.

CoachingZone

Parliamo di persone, particolarmente giovani (15-35 anni), che non si impegnano né negli studi, né nel cercare un lavoro e né a seguire corsi di formazione, di apprendistato o di addestramento.

Sono sempre esistiti, sin dalle prime civiltà i fannulloni, definiti debosciati, o deficienti o disperati.  Ma erano poche unità, facilmente identificabili e totalmente esclusi o reietti dalla società.  Con genitori ricchi passavano il tempo nell’ozio e nei giochi, in famiglie povere erano da se stessi relegati nella noia e nella depressione. Vediamo ora il quadro in cui si collocano.

 

Nel tempo le società umane si sono strutturate, con diversità di ruoli e di responsabilità e relative fasce di reddito, con riconoscimento attraverso segni del potere o divise o simboli o storie personali.

Maslow ne studiò i caratteri principali ed immaginò solo 65 anni fa la ben nota piramide dei bisogni, che oggi sembra terremotata dai giovani.  Bisogni fisiologici, salvo categorie povere, non appartengono a loro e così anche la sicurezza, in quanto vivono in una società progressivamente violenta, ma che soprattutto sta perdendo alcuni valori, tra cui il senso e il valore della vita.  Non intesa come è sempre stato in quanto sfidare, osare, misurarsi anche oltre le proprie forze, motivazioni queste che hanno spinto l’uomo dalle caverne alle più avanzate tecnologie. La mancanza di motivazione domina questo status.

La vita in questo modo non viene intesa come un dono, un bene offerto da Dio, oppure come un’opportunità casuale da spendere al meglio sia quantitativamente che qualitativamente per raggiungere obiettivi o per cercare la felicità o per soddisfare esigenze materiali o morali.  La vita pertanto diventa una roba  da sopportare e, sotto un velo depressivo che cala sulle loro teste, offusca o impedisce la nascita di progetti di vita e quindi di motivazioni a fare, a scalare, a camminare, a progredire. I bisogni di appartenenza, che venivano predetti come i principali in divenire in quanto cittadini del mondo, di fatto sono scontati o relegati al proprio gruppo ristretto di compagni o amici del quartiere. La stima e l’autorealizzazione si mescolano tra di loro, ma non sembrano premere sulle voglie dei giovani.

 

Due commenti però vanno fatti.

  • Innanzitutto c’è ancora una parte dei giovani che viceversa ha voglia di fare e di fare bene. Questi rappresentano la futura classe dirigente, in grado di rapportarsi con tutto il mondo e quindi di apportare loro stessi cultura, innovazione e creazione di nuovi modelli di sviluppo, oggi ormai indispensabili.
  • Secondariamente, sarebbe utile o indispensabile fare l’analisi delle cause di questo status non molto confortante.  Analisi sono state fatte in ogni chiave di lettura, né si potrebbe in questa pagine affrontare la materia.  Forse la sommatoria di molti elementi miscelati diversamente rappresentano cause e soluzioni, tra queste: incapacità genitoriale, perdita del rispetto dei ruoli, crescita spaventosa della popolazione mondiale, forbice sempre più allargata tra i poveri e poverissimi ed i ricchi e ricchissimi, il villaggio globale senza confini, la trasformazione da società sociale e solidale in società economica ed egoista, riduzione causa robotica dei posti di lavoro, etc., etc.

 

Invece, molto più semplicemente, queste note vorrebbero porre l’attenzione sui comportamenti dei giovani in o vicini al NEET.

Sempre più frequentemente dai giovani non vengono progetti di vita, sogni, utopie, desideri o ambizioni.  Ultimamente da diversi viene fuori:

  • “il sogno della mia vita è farmi mantenere e non lavorare”
  • “è inutile studiare tanto non c’è lavoro”
  • “a che serve studiare se poi vanno avanti solo i raccomandati”.
  • “non m’interessa che lavoro fare, importante è guadagnare molto, in qualunque modo”
  • “non importa il come, l’importante è guadagnare, anche facendo il pusher se non ci si fa arrestare”.

E’ vero che non è la maggioranza a pensarla così o ad avere la sfrontatezza di affermare ciò, ma il segnale rimane forte.  Anche perché parliamo di diplomandi e qualche (più sporadico) laureando in Milano, in Istituti primari in centro città; città con antiche tradizioni di laboriosità e di ambizioni.  Non osiamo pensare come possa presentarsi la situazione nelle zone d’Italia in cui non esiste una tradizione lavorativa lineare.

Cosa fare?

Domanda impossibile, risposte acrobatiche.

In termini di coaching, potrebbe inserirsi una stanza verso i genitori sul come rapportarsi con i giovani, ma soprattutto come creare in loro aspettative ed ideali di vita.  Programma ambiziosissimo, ma gli oceani sono formati da tante gocce d’acqua.

Ernesto Cacace
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