Recupero importante

Recupero importante

Un caso-limite, legato ad un reato vero e proprio. Una gestione attenta che richiede a tutti di mettersi in gioco, non solo a colui che deve evolvere.

Speriamo che la mia storia possa aiutare altre persone e che serva a far conoscere questo progetto, in modo che ad usufruirne non rimangano pochi privilegiati in Lombardia”.

Queste sono solo alcune tra le motivazioni che spingono Salvatore, in attesa di giudizio per reati di pedopornografia, a raccontare la sua storia durante uno degli incontri del Circolo di Sostegno e Responsabilità (C.S.R.). Con altri professionisti –un sociologo e un criminologo- è stato costituito il team di cui facciamo parte,  che lo aiuta a prendere consapevolezza. Come raccontato da Piero Colaprico su La Repubblica il 12 Febbraio.

“Mi dicevo: sono un mostro, ma è la mia natura, che faccio? Non riuscivo a resistere. Poi mi hanno preso e per me è iniziato l’inferno. Anche le guardie trattano quelli come me da appestati”.

“Ho soltanto scaricato film. Ma poi ho capito che le vittime ci sono, è una falsificazione della realtà, ma non sono virtuali. E che anche io ho contribuito”.

 

Ma cosa sono i Circoli di Sostegno e Responsabilità?

I CSR sono un esempio di giustizia riparativa unico in Italia, promosso dal C.I.P.M. (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione) e dall’équipe del Dottor Paolo Giulini, che vede come operatori esperti Domenico Pontieri, sociologo, e noi due Arianna Gianotti e Chiara Altamura, psicologhe.

Il progetto, di stampo canadese, nasce nel 2009 e prevede un setting preciso: ogni Circolo è composto da tre operatori (rappresentanti della comunità) a cui si aggiunge il cosiddetto ‘membro principale’ , il <sex offender>. Il reo sessuale, socialmente isolato e a forte rischio di recidiva, viene segnalato dall’équipe multidisciplinare del C.I.P.M., presso cui è tenuto a frequentare ulteriori gruppi trattamentali di presa in carico.

Il percorso può essere attivato durante il processo, nel periodo della carcerazione tramite permessi speciali, o una volta terminata la pena. Particolare rilevanza assume il ruolo del Circolo come ‘contenitore’ durante i numerosi e lunghi anni di iter processuale, che diventano per il reo una fase di limbo, piena di incertezze e paure circa il futuro.

 

La costituzione del Circolo avviene attraverso la sottoscrizione di un contratto con valenza semestrale, in cui il membro principale ammette la propria pericolosità sociale e si impegna a prendere contatto con i membri che lo sosterranno, parlando di sé con la massima onestà.

Gli incontri, della durata di un’ora, si svolgono una volta alla settimana in un contesto sociale (ad esempio ad un bar o un parco) e i temi affrontati sono i più svariati: la storia e il percorso del membro principale, le sue difficoltà, le sue paure. Ma ampio spazio è anche riservato ad un dialogo centrato sulla persona e non solo sul reato. Ogni partecipante al Circolo – non solo il membro principale/destinatario della terapia-  è quindi chiamato a parlare di sé, dei propri interessi, dei propri impegni quotidiani, mettendosi in gioco all’interno di una relazione di reciproca fiducia.

 

L’esperienza milanese

In Italia sono attivi al momento cinque Circoli sulla città di Milano e tre sulla città di Piacenza.

Oltre ad occuparsi delle attività di supervisione e formazione, i membri esperti hanno attivato nuovi CSR, collaborando con volontari rappresentati della comunità.

 

Qual’è la finalità dei CSR?

L’obiettivo principale dei Circoli è quello di ridurre il rischio di recidiva degli autori di reato sessuale reinserendoli nella società e rendendoli responsabili delle proprie azioni.

I tre operatori –rappresentanti della comunità- accolgono il ‘mostro’, ovvero una persona fortemente stigmatizzata, che incute timore e soggezione e che sta lavorando per riparare alle ferite che ha causato, alle vittime nello specifico -ma alla società in senso esteso.

L’autore di reato si responsabilizza davanti alla comunità, cercando di andare a colmare quello iato che lui stesso ha creato tramite i propri atti lesivi.

La pena, quindi, assume una doppia valenza: non solo retribuzione delle proprie condotte, ma anche responsabilizzazione e volontà autonoma che va al di là del periodo della condanna sancita dal Codice Penale. È un impegno a relazionarsi all’interno della società con mezzi più adeguati, con modalità basate sulla relazione e non sul sopruso, che hanno come fine ultimo –sempre ben chiaro ed esplicitato- quello di ridurre il rischio della recidiva ed evitare nuove vittime.

“No, non posso dire di essere ancora guarito, ma di evitare con successo la replica di meccanismi sbagliati, questo sì. Ancora fatico a entrare in empatia con le vittime, è il problema su cui sto lavorando”.

 

foto by Giulia Stazzi

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