E’ capitato spesso di sentirci chiedere quali sono i modi migliori per interagire con chi ha un problema grave, che non possiamo risolvere. Per esempio:

  • “Il mio vicino ha subito un furto importante, adesso hanno problemi economici seri, e la moglie ha un inizio di depressione. Non so mai come comportarmi quando lo incontro, a parte una normale cortesia”
  • “Una cara amica ha una malattia grave. Cosa posso fare per lei?”

Per questo ripubblichiamo volentieri questo testo scritto per la Giornata Mondiale del Malato, in cui spicca soprattutto quello che NON c’è: giudizio, consigli non richiesti, ricerca dei dettagli, confronti.

Cristina Volpi

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LA GIORNATA DEL MALATO: UN’OCCASIONE PER OGNUNO DI NOI.

Ho vissuto l’esperienza della malattia sia come medico, avendo lavorato 30 anni in ospedale, sia come paziente, ritrovandomi oggi dall’altra parte della barricata.

Vivere la malattia sulla propria pelle insegna molto.

Dopo che sono andata in pensione ho potuto dedicare molta parte del mio tempo agli ammalati, portando la comunione alle persone che non possono venire a messa e andando a visitare alcuni ospiti della casa di cura della mia zona, la Domus Patrizia.

Mi accorgo che la cosa più importante è condividere  la sofferenza dell’altro: non c’è bisogno di chissà che, a volte basta uno sguardo, un sorriso, una parola di conforto, una preghiera se l’altro ci sta. Va anche detto che la condizione della malattia può aprire sì alla ricerca di Dio, ma può anche far nascere un senso di ribellione: dobbiamo saperlo e accettare la drammaticità di chi non ha l’aiuto della fede. Condividere la sofferenza è anche questo, stare umanamente vicini, senza pretese di sorta, a chi soffre.

Per la giornata del malato, istituita da San Giovanni Paolo II 34 anni fa, Papa Leone XIV ha mandato un messaggio significativo, riportando come esempio di “cura del prossimo” la figura evangelica del samaritano. Il richiamo è alla compassione: stando accanto ai malati con gesti semplici e concreti, facendo compagnia anche ai sanitari e ai familiari che ruotano attorno al malato.

Infatti, se sta male un membro della famiglia stanno male anche gli altri. Occorre essere presenza per tutti.

C’è comunque un aspetto della sofferenza che è solo tuo e lo porti inevitabilmente tu. Di fronte ad una patologia oncologica sai quello che c’è in gioco. Per me, è stata l’occasione di riscoprire quanto sia fondamentale affidarsi: mi sono messa di fronte al Signore e alla Mamma celeste, riconoscendo la mia fragilità, il mio limite, e mettendo tutto nelle loro mani. È questo che mi dà la certezza di non essere sola.

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