Terminare un coaching

Terminare un coaching

Il coach etico non induce dipendenza... ovvero come ogni consulente eticamente corretto stabilisce un termine, ed evita l'assuefazione

Ogni incarico di counseling o di coaching deve prevedere un impegno a termine, entro un periodo di tempo determinato, cioè il contratto deve esplicitare una fine di progetto con il rilascio di risultati auto consistenti.

Sembra ovvio. Ma rispetto a questo obiettivo esistono due fattori concomitanti che influenzano in senso contrapposto:

  • Da un lato c’è il desiderio del consulente di mantenere vivo il suo rapporto con il cliente e quindi di prolungare continuamente il contratto. Arduo è segnare il confine tra l’esigenza di efficacia terapeutica e il bisogno di sopravvivenza del consulente. Questo sforzo di permanenza a volte irrita il cliente dubbioso ma altre volte, invece, lo rassicura psicologicamente, lo coccola e lo consola, creando così un rapporto di simbiosi che garantisce il mantenimento del rapporto.
  • L’altra spinta è quella dell’etica professionale che impone al consulente di non rendersi indispensabile trasformando l’incarico in un plagio e, di fatto, in una rendita. Il professionista non deve diventare una droga che induce dipendenza, ma deve impegnarsi a rendere il cliente autosufficiente. In altre parole, deve mettere il sistema cliente in condizioni di equilibrio, senza la necessità di un supporto permanente.

 

In ogni contratto di aiuto professionale deve essere esplicitato un orizzonte temporale di conclusione.  L’etica lo richiede, il rispetto del cliente lo esige.

Anche se il consulente ha un interesse a mantenere il suo ruolo, il cliente deve essere garantito che il professionista non dia assuefazione. Il vero obiettivo dell’aiuto sostenibile è rendere l’utente emancipato, in grado di agire senza la necessità di una protesi permanente.

 

Come riuscirci?

Strutturando il processo generale in fasi di intervento, sottoprogetti con senso compiuto, costruzione di significato, si indica il percorso e si lascia libero il cliente per un possibile exit intermedio.

Per questo è fondamentale gestire bene l’attività di rilascio graduale in fine fase. L’azione produce migliori risultati quando è ispirata da alcuni criteri, che si possono sintetizzare nei tre punti seguenti:

  1. la diminuzione dell’impegno è frutto di una decisione maturata concordemente dal consulente e dal cliente, e non per decisione unilaterale;
  2. il coinvolgimento del professionista non cessa di colpo e del tutto, ma decresce fino al livello esiguo di un lumicino;
  3. mantenendo un buon rapporto fiduciario, si tiene sempre aperta la possibilità di un ulteriore incarico a distanza di tempo, se il cliente lo desidera.

 

L’aiuto è una vera terapia abilitante se resta esterno, opzionale e temporaneo. Il progetto programmato a termine è una garanzia di libertà per il cliente, alimenta la sua fiducia e apre la porta a future collaborazioni scelte con consapevolezza.

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