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Non avrei mai pensato di scrivere su questo argomento. Ma, rileggendo un libro di Tali Sharot di una decina di anni fa (The Optimism Bias), in cui l’autrice lo usa brillantemente per introdurre l’idea di bias cognitivi, non ho saputo resistere.

Bias cognitivi. La cosa funziona così.

Guardate per un breve istante – solo un’occhiata furtiva, per favore – le due foto di Margaret Thatcher riprodotte sopra, e poi riprendete a leggere. Se reagite come la maggior parte di noi, avrete percepito che ci sono delle piccole differenze tra le due, ma non avrete avuto il tempo di individuarle (no, non è la rubrica “aguzzate la vista” della Settimana Enigmistica). In particolare, ritroverete la medesima espressione facciale su entrambe le foto. Ora provate a ruotare le immagini di 180°.  Improvvisamente, un volto quasi sorridente (se non vi sembra tanto allegro, ricordate che si tratta pur sempre della Thatcher) si trasforma in un’immagine inquietante. Cosa è successo? Possibile che non siamo più capaci di riconoscere un volto deformato quando lo vediamo sottosopra?

Vi dico io cosa è successo. Nel 1980 un professore dell’Università di York, Peter Thompson, lavorando con i propri studenti sulla percezione facciale, provò a manipolare l’immagine a sinistra, capovolgendo la fotografia con l’eccezione di occhi e bocca, che rimanevano nell’orientamento originario (come vedete chiaramente ora che potete concedervi il tempo di esaminarla più attentamente). Se questa modifica rimane in qualche misura mimetizzata nella foto a testa in giù, il ritorno alla prospettiva normale la rende assolutamente evidente, e l’effetto finale sfiora il grottesco. Nei decenni successivi il processo è stato ripetuto innumerevoli volte, a partire da foto che garantivano risultati ancora più bizzarri. Ma l’effetto di straniamento che avete provato è già stupefacente nell’esperimento originario, quello con la foto della politica inglese, ed è conosciuto per l’appunto con il nome di Effetto Thatcher, o Thatcher Illusion. Il processo di manipolazione dell’immagine, a sua volta, è noto come “Thatcherizzazione” del ritratto fotografico.

 

Perché questo effetto è considerato più notevole di molte altre illusioni ottiche? A parte il carattere piuttosto curioso, esso ci racconta due aspetti rilevanti dei meccanismi che regolano la psicologia del riconoscimento facciale. Siamo animali essenzialmente sociali: la criticità di riconoscere e memorizzare migliaia di volti, che si distinguono tra loro per particolari spesso molto sottili, e rilevarne accuratamente le espressioni, ha generato una pressione evolutiva per trattare le facce umane in modo peculiare, plasmando uno strumento dedicato, che nel nostro cervello è localizzato in un’area chiamata circonvoluzione fusiforme. Della sua importanza ne sanno qualcosa coloro che, spesso a causa di lesioni nell’area, soffrono di prosopagnosia: non sono più in grado di identificare facce, a volte nemmeno la propria. (Oliver Sacks ne aveva parlato con la consueta brillantezza in L’uomo che scambiò la moglie per un cappello).

Il secondo insight è che, quando l’evoluzione genera soluzioni veloci e specifiche per rendere più rapido ed economico il processamento dell’informazione, lo fa spesso “allenando” queste scorciatoie entro l’ambito di alcune particolari condizioni al contorno. Cosa che ne fa uno strumento limitato nell’uso; ma le limitazioni hanno un impatto contenuto perché le condizioni di validità sono quelle che i nostri antenati si trovavano a incontrare nella quasi totalità delle occasioni nelle loro vite quotidiane.

 

Cosa accade nell’effetto Thatcher?

Nelle condizioni in cui siamo sempre vissuti, ci siamo trovati nella stragrande maggioranza dei casi a osservare facce dritte, non capovolte. Lo strumento che abbiamo evoluto per cavarcela in condizioni normali processa le parti che compongono il volto (occhi, bocca, ecc.) come un tutto unico, nelle loro relazioni reciproche, anziché riconoscerle separatamente per poi assemblarle, come accade in altri casi. Perché è semplicemente il modo più efficiente per farlo. Ma solo quando le circostanze sono quelle di gran lunga più comuni, facce dritte. Viceversa, quando affrontiamo un viso capovolto, il nostro strumento-scorciatoia, non essendo “addestrato” per queste condizioni tutto sommato rare, non entra in funzione, e dobbiamo ricorrere a una procedura standard di riconoscimento, in cui le parti vengono riconosciute separatamente, una alla volta, per poi essere riassemblate. Ma, presi separatamente dal resto del volto, occhi e bocca hanno perfettamente senso per noi, che le vediamo dritte, come nell’esperienza comune, e siamo in grado di intuire facilmente l’espressione che veicolano. È solo quando torniamo alla prospettiva a testa in su che rientriamo nel campo di validità del nostro strumento, che riprende il controllo e ci costringe a percepire la faccia come un tutto unico, incluse le relazioni di orientamento tra occhi, bocca e resto del volto. E a percepire chiaramente che c’è qualcosa che non torna: occhi e bocca stridono rispetto al resto dell’immagine.

Quanto radicate sono queste euristiche nella nostra storia evolutiva? Non poco, se è vero che alcuni intraprendenti sperimentatori hanno verificato, con successo, l’effetto Thatcher su alcuni tipi di scimmie (foto a destra). Usando tecniche di misurazione dell’attenzione – analoghe a quelle usate per gli studi sulla cognizione dei neonati – hanno verificato che i primati in questione mostravano assai poca curiosità per le immagini di loro simili Thatcherizzate e mostrate capovolte (un’implicita ammissione della normalità della situazione), mentre non nascondevano un certo stupore per quelle raddrizzate.

L’effetto Thatcher è dunque:

  • universale (addirittura cross-specie),
  • sistematico (produce lo stesso tipo di impressione su tutti),
  • completamente inconscio (non ci accorgiamo di usare meccanismi diversi quando percepiamo una faccia capovolta, men che meno sapremmo dire come essi funzionino),
  • incredibilmente persistente: non serve a nulla sapere come funziona, né averlo sperimentato direttamente; la volta successiva continuerà ad agire su di noi come se nulla fosse.

 

Bias cognitivi e illusioni ottiche

Sono, lo abbiamo visto in altri articoli, le stesse caratteristiche che presentano i bias cognitivi, di cui l’effetto Thatcher è uno stretto parente: entrambi meccanismi appartenenti al Sistema Automatico, inaccessibili al Sistema Controllato, che per lo più fanno il loro mestiere egregiamente, ma quelle volte che scattano al di fuori dal loro campo di validità generano stranezze, e a volte fanno disastri.

Quando ciò accade, il realismo della percezione è tale che ciò che vediamo (o intuiamo) è separato da ciò che sappiamo (quando sappiamo).

  • Finché si tratta di illusioni ottiche, lo accettiamo facilmente; e magari lo troviamo divertente.
  • Ma quando le illusioni sono cognitive (i bias), accettare che siamo vittime di abbagli sistematici, e che faremmo meglio a farci guidare da una ragione che fa a pugni con ciò che abbiamo davanti agli occhi, è una sfida contro la quale siamo spesso disarmati.

Siamo in una terra di mezzo tra la razionalità, e una cassetta degli attrezzi mentale senza la quale non muoveremmo un passo.

Il sonno della ragione, come dipinge Goya, genera mostri.

Ma a volte anche il sonno dell’intuizione, come dimostra Thatcher, genera orrori.

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Di Augusto Carena

Augusto Carena, ingegnere nucleare, si occupa di Simulazioni di Business, Systems Thinking, Decision Making complesso, e bias cognitivi nelle organizzazioni. Su questi temi svolge da trent’anni attività di formazione manageriale in Italia e all’estero. Con Giulio Sapelli lavora sulle culture d’impresa in progetti di etnografia organizzativa. Ha pubblicato con Antonio Mastrogiorgio La trappola del comandante (2012), sui bias nelle organizzazioni, e Dialoghi Inattuali. Sull’Etica