La trappola del perfezionismo

 Essere perfezionisti non è assolutamente un male, anzi.

  • Alle volte l’insoddisfazione che ne deriva ci spinge e ci motiva a lavorare meglio, per rendere ciò che realizziamo qualitativamente superiore, che sia un bene o un servizio per gli altri.
  • Ma allo stesso tempo il perfezionismo può diventare dannoso e trasformarsi in una trappola quando diventa eccessivo. Che fare in questo caso? 

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Raffaella e le sue aspirazioni 

Raffaella è una giovane donna di 38 anni, che dopo alcuni anni di lavoro all’estero, nell’organico di una prestigiosa società, è diventata una professionista nel mondo dello “sviluppo software” con un lavoro di responsabilità (guida un team di una decina di persone), ben remunerato. 

Laureata con il massimo dei voti, dopo un periodo di lavoro precario in Italia, Raffaella aveva preso la decisione di cogliere opportunità di lavoro più solide, che altre nazioni sembravano in grado di offrire. 

Questa scelta era maturata a seguito della sua convinzione che per i giovani laureati ci fossero poche opportunità di carriera nel nostro Paese, poca meritocrazia, salari più bassi rispetto all’estero e alta precarietà lavorativa. 

Per questa ragione aveva sottoposto la sua candidatura a diversi enti europei allo scopo di allargare gli orizzonti culturali e scientifici, imparare lingue diverse, valorizzare il proprio talento, e, perché no, guadagnare meglio. 

La fuga dei cervelli 

Al momento in cui Raffaella aveva lasciato l’Italia, l’emigrazione di talenti era un fenomeno in crescita, tanto da rappresentare una delle categorie di export  nella quale il nostro Paese si stava distinguendo e che tutt’ora risulta in grande espansione. 

A questo proposito i dati dell’Istat riferiti al solo anno 2024 parlano chiaro: se ne sono andate dall’Italia 191 mila persone, un dato che segna un aumento significativo rispetto all’anno precedente e un numero di espatriati mai registrato così alto dalla fine degli anni Sessanta. 

Senza contare che il numero potrebbe essere ancora più elevato perché molti lasciano l’Italia senza cancellare la propria residenza, sfuggendo così alle statistiche. 

Questo fenomeno, denominato fuga dei cervelli, viene riferito all’emigrazione di giovani italiani, in buona parte laureati, in cerca di migliori condizioni lavorative e una migliore qualità della vita rispetto a quella offerta dal mercato del lavoro italiano. 

È quindi indubbio che Raffaella non era stata la sola ad aver fatto questo passo ed ora, a qualche anno dalla sua emigrazione, riveste il ruolo di una professionista brillante nel suo campo di attività, fortemente orientata ai risultati e molto esigente. Peculiarità molto apprezzate dai suoi attuali superiori. 

Una donna fortunata? Senz’altro sì! 

Una donna invidiabile? Lo sarebbe stata sin da subito, se non fosse intervenuta quella sensazione di frustrazione e malcontento, apparentemente immotivata, che l’aveva attanagliata tempo addietro e che le aveva dato l’impressione che “niente fosse mai abbastanza”, anche di fronte a successi reali. Una condizione mentale, ora formalmente superata, che le aveva creato un ciclo di insoddisfazione dovuto a una costante autocritica. 

La perfezionista 

Essendo cresciuta in un ambiente familiare in cui le conseguenze di un errore erano viste come negative e spesso accompagnate da disapprovazione, Raffaella piano piano aveva sviluppato la convinzione che sarebbe stata considerata brava, degna e amabile, solo nella misura in cui fosse riuscita a raggiungere prestazioni elevate e ottenere risultati eccellenti. 

Questo retaggio esperienziale la portava a chiedere sempre il massimo impegno a se stessa e di riflesso alle persone designate a cooperare con lei nei vari contesti operativi nei quali era coinvolta, allo scopo di performare costantemente ad alti livelli, spesso maggiori di quanto sarebbe stato realmente necessario. 

La sua tendenza a focalizzarsi costantemente su ciò che poteva essere ulteriormente migliorato la portava quindi a non riuscire ad apprezzare appieno l’evoluzione positiva dei progetti nei quali era coinvolta e perdipiù a essere poco tollerante a qualsivoglia errore imputabile a se stessa o ad altri. 

Non a caso Raffaella si definiva una perfezionista. 

 

Il perfezionismo: spinta positiva che può trasformarsi in un freno quando eccessivo 

Il termine perfezionismo, secondo la Treccani, si riferisce genericamente alla “aspirazione a raggiungere, nel proprio lavoro o nella propria attività, una perfezione ideale non facilmente attuabile”. 

In realtà sul perfezionismo sono state date diverse definizioni. Ad esempio L. A. Terry-Short, nell’articolo di cui è prima firmataria (*), parla di perfezionismo adattivo e perfezionismo maladattivo. 

  • Il primo deriverebbe dalle esperienze di vita di una persona costellate da rinforzi positivi, strumenti fondamentali per motivare, costruire autostima e modellare comportamenti, sia nei bambini che negli adulti, in vari contesti come scuola, lavoro e vita privata. 
  • il secondo viene invece considerato una conseguenza di rinforzi negativi, riconducibili ad esempio a critiche, rimproveri o spinte a fare meglio, espressi in modo intenso e prolungato nel tempo. Il perfezionismo maladattivo è considerato una forma di sofferenza psicologica sottile e insidiosa perché può mascherarsi da sano  desiderio di eccellere e le cui conseguenze si traducono però nella generazione di ansia, paura del fallimento e autocritica, portando stress, insoddisfazione e bassa autostima. 

Di fatto, a un osservatore esterno Raffaella appariva una persona efficiente, affidabile, sempre orientata all’eccellenza, ma dentro si sentiva costantemente sotto pressione, inseguita da una voce critica e severa (**) che risuonava nella sua mente e ne giudicava i pensieri, i sentimenti e le azioni, spesso in modo negativo. 

Era così arrivata al punto di considerare ogni minima variazione rispetto al risultato atteso e al modello di perfezione al quale ambiva, come una sconfitta personale. 

Non a caso usava ripetere spesso ai componenti del suo team il ritornello «…ogni discrepanza che allontana dall’obiettivo prestabilito è per me una cattiva notizia…non deve succedere!». 

Il legame tra perfezionismo e incertezza 

È innegabile che non sempre la realtà corrisponda alle aspettative di chi l’ha precedentemente immaginata e il perfezionismo di Raffaella, che tendeva a farle vedere le cose in termini di “tutto o niente”, senza sfumature, non faceva altro che accentuare il suo stato di insoddisfazione, ansia e frustrazione. Si generavano quindi in lei stati d’animo che andavano a compromettere il suo benessere psicologico e le relazioni interpersonali. 

Ad esempio, era suo desiderio essere a capo di un team “perfetto, nel quale i membri potessero essere considerati pienamente affidabili, fossero in comunicazione tra loro in modo aperto, in un ambiente in cui le competenze fossero elevate e complementari e il lavoro potesse avere un significato importante per ciascuno di loro, con un impatto positivo sull’ambiente lavorativo e sugli obiettivi da raggiungere. 

La realtà non era esattamente così: alcuni dei componenti del team avevano contratti a termine, altri erano collaboratori esterni part-time, per cui motivazioni, tempi di esecuzione e risorse impiegate per lo sviluppo dei progetti in essere, erano soggetti a continue fluttuazioni. 

Di conseguenza, Raffaella lavorava costantemente nell’incertezza, uno stato emotivo e cognitivo che emerge quando ci si trova di fronte a situazioni ambigue, imprevedibili o poco familiari. 

Ebbene, il perfezionismo e l’incertezza sono strettamente legati. 

Infatti l’incertezza interiore (dubbi, senso di inadeguatezza) ed esterna (paura del giudizio, imprevisti) spingono al perfezionismo come strategia per ottenere sicurezza, controllo e accettazione, creando l’illusione che la perfezione elimini il rischio di fallimento, critica e abbandono, ma in realtà alimentando il senso di ansia e rigidità. 

La situazione lavorativa di Raffaella avrebbe invece richiesto di essere affrontata con flessibilità e adattamento, senza rimanere ancorati a un approccio gestionale mirante a definire in modo dettagliato obiettivi e azioni future (tipici di una pianificazione rigida) e a monitorare costantemente l’esecuzione del piano operativo per garantirne il rispetto totale. 

Strategie per affrontare il perfezionismo disfunzionale 

La chiave per riuscire a liberarsi del perfezionismo disfunzionale è riuscire a distaccarsi dal concetto di perfezione, riconoscendo che essa non è l’unica via per arrivare al successo. Importante è imparare ad adattarsi e ad accettare i propri errori. Per fare ciò è possibile adottare un’ampia gamma di strategie al fine di affrontare efficacemente questo cambiamento. Di seguito ne sono proposte alcune: 

Dal punto di vista gestionale, esistono strategie per conciliare la necessità di avere una pianificazione aziendale/personale solida e, allo stesso tempo, la capacità di generare valore dal cambiamento. 

  1. Un approccio utile è quello di definire un livello di accuratezza della stima accettabile nelle prime fasi del progetto (es. +/- 25-50%), focalizzata sulla fattibilità generale, la quale possa offrire una guida iniziale al management senza concentrare tutte le forze del team in stime rigide a priori. 
  2. Solitamente con l’avanzamento del progetto/attività, l’incertezza viene progressivamente ridotta e il piano diventa più accurato, consentendo una gestione dinamica e realistica. 

 

Dal punto di vista personale, è possibile ridurre/eliminare le conseguenze del perfezionismo disfunzionale. Ad esempio, valutando in maniera ragionevole le proprie aspettative, riconoscendo i costi del perfezionismo, accettando gli errori come opportunità di crescita, praticando l’autocompassione per ridurre l’autocritica e l’ansia, riconoscendo e festeggiando i traguardi raggiunti, sia a livello individuale che collettivo. Più in dettaglio: 

  1. Valutare ragionevolmente le proprie aspettative significa distinguere tra ciò che è realistico e ciò che non lo è, accettando l’imprevedibilità della vita e la possibilità di fallire. 
  2. Riconoscere i costi del perfezionismo che includono frustrazione, ansia, insoddisfazione e problemi relazionali. Tutte caratteristiche che possono portare a una riduzione dell’autostima e a un peggioramento della qualità della vita, con ripercussioni su salute, lavoro e vita sociale. Rendersene conto è quindi fondamentale. • Accettare gli errori significa riconoscerli, ammetterli e imparare da essi. A questo proposito, accettare le proprie imperfezioni con un sorriso anziché farsi sopraffare dalla colpa è un segno di maturità emotiva. 
  3. Praticare l’autocompassione significa trattarsi con la stessa gentilezza, cura e comprensione che riserveremmo a un caro amico, specialmente nei momenti difficili, riconoscendo che tutti commettiamo errori e abbiamo limiti. 
  4. Riconoscere e festeggiare i traguardi raggiunti significa apprezzare/valorizzare l’impegno, l’energia e l’attenzione profusi lungo il cammino verso gli obiettivi, allo scopo di mantenere la motivazione, costruire l’autostima e alimentare la positività, trasformando così anche piccoli successi in potenti rinforzi che spingono a continuare e a superare le sfide. 

Conclusione 

Una volta applicate con continuità le regole sopracitate, Raffaella aveva beneficiato di un miglioramento del suo benessere psicologico e questo era stato per lei un gran sollievo. 

Grazie a queste regole era infatti gradualmente passata dal perfezionismo maladattivo (generatore di ansia, insoddisfazione) a quello adattivo (orientato alla prestazione funzionale), con la conseguente trasformazione di standard irrealistici e paura del fallimento in obiettivi elevati ma raggiungibili, accettando l’errore come parte dell’apprendimento, mantenendo flessibilità cognitiva per valorizzare i propri progressi e traendo soddisfazione dai successi conseguiti, anche piccoli. 

In definitiva, il progressivo abbandono dell’ideale irrealistico di perfezione aveva portato Raffaella a passare dal “tutto o niente” al “fare del proprio meglio”, valorizzando il processo e il valore intrinseco della persona al di là dei risultati. Questo non voleva significare la rinuncia a fare le cose per bene, ma imparare ad accettare che “sufficientemente buono” era spesso, in realtà, ottimo. 

Aveva anche cambiato il modo di guardare al futuro, trasformando la visione legata al perfezionismo, dove l’attenzione era focalizzata all’evitamento di possibili scenari negativi (che la sua pianificazione era solita comprendere in tutte le sue forme), in una nuova cornice di pensiero positiva e funzionale, che spingeva al miglioramento con standard elevati ma realistici e soddisfazione per l’impegno (non solo per il risultato). 

Questi pensieri le ritornarono alla mente in occasione di una ricerca di personale da inserire nel proprio team di lavoro. Uno dei candidati, alla domanda che lei gli aveva fatto riguardo a eventuali difetti che lui riteneva di avere, aveva risposto con aria rassegnata e malcelata supponenza di avere il grande difetto  di essere un perfezionista. 

Anche lei in passato era solita affermare la stessa cosa. Ora non più. 

Aveva capito che focalizzandosi ossessivamente sulla perfezione assoluta (il meglio), inseguendo un’idea astratta e irrealizzabile – un ideale che la società spesso ci impone ma che non rispecchia affatto la realtà della natura umana – rischiava di subirne gli effetti deleteri, quali ad esempio procrastinazione, errata gestione di tempo e risorse, aumento dello stress, ostilità relazionale e inazione per paura dell’errore. 

Il suo cammino di miglioramento l’aveva quindi portata a rinunciare alla ricerca incessante e senza limiti della perfezione per tutto e per tutti, soprattutto nei casi specifici in cui i termini “buono” o “fatto” assumevano una valenza equiparabile a “perfetto”. 

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(*) Terry-Short, L. A., Glynn Owens, R., Slade, P. D., & Dewey, M. E. (1995). “Positive and negative perfectionism. Personality and Individual Differences”, Department of Clinical Psychology, University of Liverpool. 

(**) Il giudice interiore è quella voce critica e severa nella nostra mente, derivante dall’interiorizzazione di regole e giudizi esterni (genitori, società), che tende a svalutarci costantemente, facendoci sentire inadeguati, non all’altezza e spingendoci all’autocritica, spesso bloccando azioni e riducendo l’autostima. 

Nasce da esperienze infantili e può essere gestito attraverso l’auto-compassione, la consapevolezza dei suoi meccanismi di protezione e il dialogo interiore, anziché la lotta. 

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Di Vessillo Gianni Valentinis

Laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano, ha percorso la sua carriera nell’ambito di società multinazionali, ricoprendo vari ruoli dirigenziali e acquisendo una profonda conoscenza delle necessità del business, del suo sviluppo e della gestione d'impresa. I suoi attuali interessi sono rivolti allo sviluppo individuale e organizzativo e alle dinamiche di innovazione nelle organizzazioni, temi su cui ha svolto attività di consulenza e docenza. Ha pubblicato “Alla ricerca dell’eccellenza comportamentale” con A. Mandruzzato, Ed. Franco Angeli, 2014; “La strada per l’eccellenza” con A. Mandruzzato, Ed. Etabeta, 2022.