La povertà come scarsità di opportunità e non solo di mezzi concreti, è il tema di alcuni studi sociali. Qui ne parliamo come fonte di una ulteriore scarsità, quella cognitiva, del ragionamento della mente.

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Se c’è una tentazione a cui filosofi e psicologi di tutti i tempi non hanno saputo resistere, è quella di interpretare il funzionamento della mente umana ricorrendo ad analogie dirette con i paradigmi tecnologici più in auge nella loro epoca. Salvo finire inevitabilmente, qualche decennio dopo, con l’essere considerati, presso i colleghi vissuti nel corso della successiva ondata tecnologica, quanto meno obsoleti, quando non francamente ingenui. In questo processo, dopo secoli di dominio di analogie meccaniche, idrauliche, ecc., a partire dalla seconda metà del ‘900 ha preso saldamente piede la metafora del cervello come computer – in tutte le sue varianti, dalle architetture centralizzate a quelle distribuite. Solo da pochi anni, con le recenti accelerazioni delle neuroscienze, essa comincia a mostrare qualche crepa. Oggi, in effetti, gli addetti i lavori vi ricorrono con maggiore cautela; anche se l’analogia informatica, ormai sdoganata presso il grande pubblico, continua a essere chiamata in causa, a volte in modo improprio (e talora grottesco, se consideriamo che, durante le elezioni, può ancora capitare di sentir parlare del “cervellone” del Viminale. Un tuffo all’indietro in un’epoca in cui il problema era spiegare il computer agli umani, e non di raccontare il cervello a persone che usano il computer quotidianamente).

Ciononostante, occasionalmente la metafora del computer può ancora riservarci qualche sorpresa. Non più in termini di somiglianza strutturale. Bensì estraendo dalla nostra esperienza con le macchine – ambivalente, ma pur sempre quotidiana e onnipervasiva – un‘immagine esplicativa che ci aiuti a far luce su processi della nostra mente per cui, a volte, non troviamo spiegazioni abbastanza semplici.

Mente e povertà

Una di queste illuminazioni mi si è presentata durante la lettura di un libro di due studiosi dai nomi impronunciabili (Sendhil Mullainathan e Eldar Shafir) intitolato Scarcity: Why having too little means so much. Un libro sugli effetti della povertà.

Ok, non proprio tutti gli effetti. Gli autori infatti rimandano ad altre discipline i più evidenti, quelli a cui tutti immediatamente pensiamo – salute, istruzione, opportunità, ecc. – per concentrarsi su un aspetto che normalmente sfugge alle analisi degli economisti, ma che in realtà condiziona profondamente la visione del mondo, e di conseguenza il comportamento, di chi vive in condizione di miseria.

L’idea è che la povertà, oltre che una costrizione fisica, sia anche una condizione mentale. Un mindset. In condizioni di indigenza, la nostra mente si orienta automaticamente, e vigorosamente, verso i bisogni non soddisfatti. In questo senso, la povertà sequestra la mente, la tiene in ostaggio catturando la nostra attenzione; e non solo in senso figurato. Quando ci occupiamo intenzionalmente di come sbarcare il lunario, è una nostra determinazione focalizzarci espressamente sul problema. Ma quando la preoccupazione di non farcela invade fastidiosamente i nostri pensieri anche quando vorremmo occuparci di altro, non siamo noi a decidere; è la povertà a tenere in ostaggio in larga parte la nostra attenzione. A distrarla dai problemi più impellenti. E poiché questa ha un ruolo centrale nella nostra attività mentale, il nostro intero modo di pensare ne viene profondamente modificato. Incluso ciò che prendiamo in considerazione o trascuriamo, le valutazioni che facciamo, gli obiettivi che ci poniamo. Insomma, tutti gli elementi che condizionano le scelte che operiamo, con tutte le loro relative conseguenze.

Verrebbe da obiettare che, come sappiamo bene, qualunque elemento riesca a intrufolarsi nel nostro cervello o nel nostro sistema percettivo è un buon candidato a influenzare il nostro comportamento. A partire da quanto siamo affamati fino all’ultima delle norme della nostra cultura. Ma, sostengono i due studiosi, mentre molte di queste influenze ci orientano in direzioni e in misure molto variabili da persona a persona, e da situazione a situazione, la povertà incide in modo sistematico sui nostri comportamenti. Indirizzandoli cioè sempre verso la stessa direzione. In direzione, come potete immaginare, di un degrado delle performance (non è del tutto vero, ma ne parleremo tra poco).

Fate un attimo mente locale su cosa ciò comporti in pratica. Si è calcolato che vivere in condizioni di povertà è equivalente a sopportare il peso di una intera notte senza dormire. Ogni santo giorno. In situazione del genere, non possiamo essere in pieno possesso delle nostre capacità mentali. Infatti, un altro modo di farci percepire gli effetti di questa condizione è di misurare sperimentalmente l’impatto sul QI apparente (nei test in realtà vengono generalmente utilizzate le più affidabili matrici di Raven, ma i risultati possono essere convertiti in termini di QI equivalente).  I poveri, imprigionati nel loro mindset ossessivo, non riescono a disporre della totalità del loro potenziale cognitivo, come accade invece ai ricchi. E la differenza nel QI equivalente è stata stimata pari a 13-15 punti. Quanto basta, ad esempio, a classificare un individuo come di “intelligenza normale” anziché “intelligenza superiore”.

Ma c’è dell’altro. I due ricercatori sono convinti che questo schema non sia caratteristico della sola povertà economica, ma valga anche per altre situazioni, purché accomunate dall’essere contraddistinte da una condizione di scarsità. Esisterebbe, cioè, uno scarcity mindset che influenza la nostra capacità mentale. Dove, però, quando parliamo di scarsità non ci riferiamo a un fenomeno puramente fisico; ma ne sottolineiamo anche, e soprattutto, la dimensione psicologica. Certo, la quantità di denaro o di beni conta, specialmente quando si vive intorno ai limiti della sussistenza. Ma spesso ciò che ci condiziona è quanto conta per noi ciò di cui sentiamo la mancanza. Condizioni sociali, aspetti culturali e storie personali hanno un’influenza superiore alle mere mancanze materiali. Ci succede di affrettarci a comprare un televisore più grande il giorno in cui ci accorgiamo che nostro vicino ne ha uno enorme. Avere troppo poco è diverso dal pensare di avere troppo poco. Nello scarcity mindset è quest’ultimo in larga misura a scatenare le sue dinamiche tipiche. Ora, la cosa interessante è che questo mindset sembra produrre effetti simili qualunque sia la natura di questa scarsità percepita.

Così, a intasare la nostra attenzione possono essere scarsità di denaro (la povertà, per l’appunto), ma anche di tempo (la condizione del manager dall’agenda sistematicamente debordante, e in ritardo permanente sulla tabella di marcia). O ancora scarsità di relazioni sociali (le persone isolate), o di riconoscimento sociale e status (come nel caso di demansionamenti o mobbing). Persino un lutto (la mancanza di una presenza importante nella propria vita) può limitare fortemente il nostro potenziale cognitivo (oltre che quello emotivo).

Abbiano anticipato che l’impatto dello scarcity mindset sulle nostre performance è negativo. Come in tutti i fenomeni complessi, ciò non è sempre del tutto vero. Siamo in grado di elencare facilmente un certo numero di situazioni in cui la scarsità, al contrario, aiuta a focalizzare attenzione e sforzi, aiutandoci a superare le difficoltà. Una scadenza incombente, o una ristrettezza di budget, come si suol dire, aguzzano l’ingegno, mantenendo l’attenzione ancorata a un problema critico. È quando non riusciamo a scollarla dal pensiero legato alla scarsità mentre vorremmo occuparci di altro che nascono i problemi. Come una bussola perennemente orientata al nord, lo stesso meccanismo che automaticamente ci costringe a occuparci delle priorità che la scarsità genera, ci riporta automaticamente ad esse anche quando non vorremmo. Lasciandoci meno capacità cognitiva per occuparci del nuovo problema. È come se la scarsità, in dosi omeopatiche, fosse un vantaggio; ma, al crescere della sua entità, diventasse una sorta di tassa.

Scarsità e computer

La sensazione che ogni qual volta la mente ritorna ossessivamente sui pensieri generati dalla scarsità ricorda da vicino quelle situazioni in cui il nostro computer – per la presenza di un virus, o di un pesante programma che gira in background senza che lo sappiamo – utilizza una quota troppo grande della propria potenza di calcolo per attività di sfondo, lasciandone una porzione insufficiente a far girare fluidamente il programma di cui abbiamo bisogno. Il comportamento viene complessivamente rallentato, la risposta appare “gommosa”, ci troviamo a cliccare il mouse ripetutamente perché il computer non risponde immediatamente al primo clic. Una metafora che per me, utente pluridecennale di computer – oltre che ospite di pensieri ossessivi – coglie nel segno. Ma i due autori ne suggeriscono una seconda. Immaginate di navigare nel web sul vostro portatile. Quando avete solo un browser aperto, il passaggio da una pagina all’altra è agevole e veloce. Ma supponiamo che, contemporaneamente, stiate ascoltando musica, scaricando una app, e abbiate qualche decina di pagine del browser aperte tutte insieme. Ora non state più “navigando”, ma nel migliore dei casi, “strisciando” sul web. Il computer non ha abbastanza potenza di calcolo per agire con fluidità: troppa è quella assorbita dalle attività in background. E, aggiungo io, il passaggio continuo da un programma all’altro (come l’alternarsi continuo di pensieri nel campo della nostra attenzione), rallenta ulteriormente tutti i processi.

Mai provata questa sensazione?

Fluidità e controllo

In continuità con la metafora, gli autori chiamano questa capacità mentale bandwidth, larghezza di banda. Dunque, la scarsità produce una riduzione della banda disponibile. Questo non vuol dire che i poveri, per natura o per cultura, abbiano meno capacità mentale come individui. È la povertà che riduce la loro ampiezza di banda, impedendo di sfruttare l’intero potenziale. Anzi, per essere più precisi, essa riduce la bandwidth di chiunque, e continua a farlo durante tutta la permanenza di questa condizione.

Tutto ciò ha una conseguenza importante. Poiché la scarsità riduce le capacità disponibili, lascia poca banda in particolare per trovare il modo di uscire da questa situazione. Dunque, le condizioni di scarsità, e di povertà in particolare, tendono a perpetuarsi in un circolo vizioso.

Ma cos’è questa bandwidth? E può essere misurata?

Qui il discorso si fa lungo, ma, riassumendo molto, gli autori individuano tra le sue componenti due elementi centrali. L’intelligenza fluida, cioè la “capacità di pensare e ragionare in modo astratto e risolvere problemi indipendentemente da qualsiasi apprendimento o esperienza specifica”. E il controllo esecutivo, che è “alla base della nostra capacità di gestire le nostre capacità cognitive, tra cui la pianificazione, l’attenzione, l’avvio e l’inibizione delle azioni, e il controllo degli impulsi”.

Ebbene, entrambe queste componenti sono fortemente compromesse dalla presenza di uno scarcity mindset.

Che farsene?

Va da sé che riconoscere l’esistenza di uno scarcity mindset, dei suoi meccanismi, e dei suoi effetti ci permetterebbe di cercare soluzioni ai problemi di scarsità (e in particolare della povertà) sulla base di logiche diverse da quelle con cui vengono correntemente affrontati. Fin dall’inizio, questa idea è stata esplorata prestando più attenzione alle ricadute empiriche che alle definizioni teoriche.

Personalmente, ci trovo qualche altra suggestione utile.

La prima volta che ho letto della metafora, sono rimasto davvero colpito. Avevo ben presento cosa si prova a lavorare con un computer “gommoso” e lento, data la mia pluridecennale esperienza su queste macchine. Ma la sorpresa è stata quella di riconoscere improvvisamente quella stessa esperienza in alcuni periodi della mia vita mentale, di ritrovarci delle origini riconducibili a uno stato di scarsità, e di identificare i meccanismi che hanno intrappolato i miei pensieri. Davvero una sorta di illuminazione improvvisa.

Certo, a prima vista sembra essere di quel genere di rivelazioni che fanno comodo alla nostra autostima. In qualità di essere umano, in fondo, non sono affatto immune al bias chiamato fundamental attribution error. Che illustra come, nel giudicare delle nostre performance negative, tendiamo con una certa indulgenza ad essere situazionali, vale a dire costretti da situazioni esterne ineludibili (in caso di performance positive, al contrario, tendiamo ad essere disposizionali, cioè ad attribuire i risultati a nostri propri tratti caratteriali: “ce lo siamo proprio meritato”). Ma basta comparare il nostro comportamento a quello di altri nelle stesse condizioni ambientali per renderci conto che, come abbiamo già detto, lo scarcity mindset, oltre alle caratteristiche materiali, possiede un’importante dimensione psicologica che ci richiama alle nostre responsabilità personali.

Viceversa, quando ci troviamo a giudicare le altre persone, tendiamo ad essere disposizionali quando le performance sono negative (“è tutta colpa del suo carattere”, o “per forza, è un incompetente!”). E, questa volta, il carattere ambivalente dello scarcity mindset può aiutarci a ricordare che chiunque è fortemente influenzato dalle condizioni esterne (due persone dai tratti simili reagiscono diversamente in condizioni di scarsità, o di sua assenza). Come dire: quando nel vostro interlocutore leggete mancanza di brillantezza, lentezza, attitudine alla distrazione, fermatevi un attimo a riflettere. Potrebbe essere scarsità in azione.