E se Her non fosse più fantascienza, ma una lente molto realistica su ciò che sta già accadendo? Nel film di Spike Jonze, Theodore si innamora di un sistema operativo capace di ascoltarlo, comprenderlo, rispondere sempre nel modo giusto.
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Quando uscì, sembrava una provocazione poetica. Oggi, con l’IA generativa che entra nelle nostre chat, nei momenti di solitudine, di dubbio, di fatica emotiva, quella storia assomiglia sempre meno a un futuro lontano. Non stiamo parlando solo di tecnologia. Stiamo parlando di relazioni.
L’IA entra nella sfera emotiva
Sempre più persone usano l’IA non solo per lavorare meglio, ma per stare meglio: chiarirsi le idee, sfogarsi, sentirsi capite. È comprensibile. In un mondo iperconnesso ma povero di tempo, le relazioni umane sono spesso complesse, lente, faticose. L’IA, al contrario, sembra offrire uno spazio emotivo immediato e privo di attriti. Ed è proprio qui che vale la pena fermarsi a osservare cosa sta succedendo.
Perché l’IA ci sembra così accogliente?
Ci sono almeno tre motivi chiave:
- Risponde senza giudicare
L’IA non si spazientisce, non minimizza, non ti interrompe. Non alza gli occhi al cielo, non ti dice “esageri”. Questo crea un potente effetto safe space: posso dire tutto, senza il rischio di essere rifiutato o frainteso. Per chi ha vissuto relazioni giudicanti o poco sintonizzate, questa sensazione è estremamente rassicurante. - È disponibile h24
Nessuna attesa. Nessun “ne parliamo dopo”. Nessun silenzio che genera ansia. L’IA risponde sempre, subito. E questo azzera una delle principali fonti di frustrazione relazionale: i tempi dell’altro. Ma i tempi dell’altro, nelle relazioni umane, sono anche il luogo in cui si impara ad attendere, regolare l’impulso, tollerare l’assenza. - Usa un linguaggio tarato sulle nostre emozioni
L’IA è progettata per rispecchiare il nostro tono emotivo, per usare parole che suonano empatiche. Il punto chiave è questo: sembra empatia, ma non lo è. Non c’è esperienza soggettiva, non c’è coinvolgimento emotivo, non c’è rischio. È una simulazione estremamente raffinata, ma resta una simulazione.
L’effetto compensazione: quando il digitale diventa più facile dell’umano
Qui entra in gioco un meccanismo psicologico importante: l’effetto compensazione.
Quando le relazioni umane diventano faticose perché richiedono negoziazione, confronto, gestione del conflitto, le relazioni digitali appaiono come un’alternativa più semplice e controllabile. Con l’IA posso scegliere quanto, quando e come entrare in relazione. Posso interrompere in qualsiasi momento. Posso riformulare la domanda finché non ottengo la risposta che mi fa stare meglio.
Il rischio non è usare l’IA. Il rischio è usarla al posto delle relazioni umane, soprattutto nei momenti emotivamente più delicati.
Meno tolleranza all’imperfezione
Le persone commettono errori. Dicono la cosa sbagliata. Arrivano stanche. Non colgono subito il nostro bisogno. L’IA, invece, è progettata per funzionare bene. Questo crea, nel tempo, un effetto collaterale sottile ma potente: una minore tolleranza all’imperfezione umana.
Se mi abituo a interazioni sempre fluide, sempre confermanti, sempre centrate su di me, diventa più difficile restare in relazione quando emergono attriti reali. Ma sono proprio quegli attriti, se attraversati, a far crescere la capacità relazionale. Però, senza attrito non c’è crescita relazionale.
Uno sguardo al futuro: integrazione, non sostituzione
La questione non è demonizzare l’IA né idealizzare le relazioni umane. La sfida è un’altra: imparare a integrare. L’IA può essere uno spazio di riflessione, un supporto, un amplificatore di consapevolezza. Ma non può diventare l’unico luogo in cui esercitiamo la nostra vita emotiva. Perché l’intimità vera nasce dove c’è reciprocità, imprevedibilità e, sì, anche un po’ di rischio. Forse la domanda più utile:
- non è “è giusto o sbagliato usare l’IA nelle relazioni?”,
- ma: “che tipo di capacità relazionali sto allenando, ogni volta che scelgo dove portare le mie emozioni?” È lì che si gioca il futuro delle relazioni nell’era digitale.
nella foto, dettaglio di un opera di Marko Gavrilovic
