Apprendere dall’atleta, ovvero dal coachee, invertendo i ruoli. Accogliendo e sviluppando la propria umiltà. Come il Maestro del gioco delle Perle di Vetro nell’indimenticabile romanzo di Herman Hesse

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Buone pratiche per apprendere dall’atleta

“La capacità di apprendere da un atleta nasce dalla facoltà di scegliere profondamente di voler apprendere. Ma come, cosa in che modo e con quale ordine e metodo posso apprendere?”
Premessa: la capacità di apprendere da un atleta nasce dalla facoltà di scegliere profondamente di voler apprendere da un atleta. Ma come, cosa, in che modo e con quale ordine e metodo posso realizzare questo processo?

Quando il Team Sport4Life ha distribuito alla rete di colleghi e amici il tema su cui scrivere e cioè “quale è la tua buona pratica da allenatore per imparare da un atleta”, ho sentito dentro di me un forte entusiasmo. Questa euforia iniziale poi ha lasciato spazio al disorientamento. Mi sono reso conto che non ho alcuna consapevolezza del come apprendo da un’atleta. So di apprendere ma non mi sono mai soffermato a capire metodologicamente come questo avvenga.
Ecco quindi ciò che in questi mesi estivi la mia mente ha elaborato sulla base delle esperienze di lavoro e di allenamento.

La prima domanda che mi sono posto è stata: da dove incomincio? Sono partito dall’atleta. Da ciò che penso dell’atleta e cioè una persona in grado di affrontare tutto ciò che la vita gli presenta. Costui dentro di sè possiede tutto ciò che gli serve: muscoli mentali, talento, potenzialità.  Il modo in cui poi  pensa, sente e vive lo sport che pratica, lo rende un potenziale campione. Il mio lavoro è riuscire a creare le condizioni per estrarre tutta questa ricchezza con il tempo che lo sport mi dà a disposizione.
Poi mi sono domandato quali siano i muscoli, il talento e le potenzialità nascosti nel mio cuore di allenatore. Quei muscoli che fioriscono costantemente, che sono il motore del mio essere allenatore e che creano la mia identità professionale.

So per esperienza che ciò che mi appartiene coincide proprio con ciò che sono capace di “vedere” negli altri. Mi sono impegnato quindi a dare un nome a questi muscoli che mi permettono di apprendere e che si trasformano in buone pratiche ogni qual volta li alleno consapevolmente.

Qui di seguito elenco le mie buone pratiche per apprendere da un atleta.
L’allenabilità, la curiosità, il divertimento, la perseveranza, la capacità di rompere, di seguire l’istinto, la libertà e l’umiltà, l’ imparare dalla storia di un processo ed infine saper ricominciare da capo.

Allenabilità: la disponibilità ad eseguire un compito anche nella difficoltà di comprenderne il senso. Impegnarsi con lo scopo di trovare un senso, nuove competenze e un vantaggio da ciò che svolgo. Un vantaggio e competenze che migliorino la mia performance. Un vantaggio che mi permetta di portare via tempo all’avversario. Un vantaggio che mi faccia sentire soddisfatto e capace di auto-superarmi.

La curiosità: l’apertura alla vita tipica di un bambino. Ogni bambino è curioso. Ogni istante della vita è una scoperta. Ogni novità è sorpresa e meraviglia. La curiosità è anche una potenzialità. La facoltà che spinge la persona verso la ricerca, l’ uscire dall’area di confort, il perseguire e scoprire nuove opportunità di conoscenza, di obiettivi nuovi e sfidanti.

Il divertimento: il saper mantenere piacevole l’attività svolta nonostante la fatica, le preoccupazioni, il dolore. Il divertimento è portare la fatica verso uno stato mentale costruttivo, piacevole, ricco.
Un allenamento “serio” non è divertente. Potrà essere stimolante, sfidante, noioso, ripetitivo ma non divertente. Riuscire a trovare il senso del piacere nella fatica, nella “lena” di allenamento rappresenta una vera e propria arte.

La perseveranza: l’attitudine ad  andare oltre. La capacità di concentrarsi dove il dito indica e non sul dito. Gli occhi, il cuore e l’anima spalancati verso un sogno, il tenere viva la curiosità e il senso di meraviglia di quando un viaggio ha inizio. Il perseverare nella pratica e negli studi. Perseverare anche quando tutto il contesto sembra avverso. Perseverare per apprendere in ciò che ripeto con costanza e quotidianità.

La rottura:  rompere significa stiracchiare, strecciare, spaccare, fare a pezzi, per poi ricostruire.
Rompere è un arte. Rompere non significa chiudere e non genera male a se o agli altri. Rompere è l’inizio di un cambiamento. Rompere è uscire dalla routine. È il momento di inserire un elemento che cambia lo stato delle cose generando altro di nuovo da cui trarre una nuova bellezza.  Spesso gli allenamenti, le organizzazioni, i processi relazionali vanno “rotti” per poter essere migliorati.

Il nuovo inizio – la ricostruzione: dopo aver rotto devi saper ricostruire. Devi riprendere il meglio che c’è e dare una nuova forma. Le cicatrici rappresentano la solidità della ricostruzione, le saldature sono punti di forza su cui costruire nuove forme, nuovi processi.

Seguire l’istinto. Gli antichi nomadi avevano ben presente questa facoltà naturale e la utilizzavano nei loro spostamenti per trovare acqua, minerali, pietre, piante, tutto il necessario che lasciavano abbandonato nel vecchio sito e che avrebbero dovuto ritrovare nel nuovo. Tutti possediamo un sentire interno, qualche cosa che ci dice che dobbiamo andare verso una direzione anche senza avere ben chiara questa direzione, ne tanto meno l’arrivo. La forza è data da questa spinta energetica, che attrae e  spinge a perseguirla. Alcuni la chiamano mente intuitiva (il dono della vita come la definiva Einstein) grazie alla quale, se la mente razionale è capace di adattarsi in funzione di servizio, l’essere umano riesce a  fare cose straordinarie.

Libertà e umiltà. La libertà di pensiero e l’umiltà nella relazione con gli altri. La libertà di movimento, di azione, di costruzione apprendendo il meglio che altri maestri sono in grado di donare. Solo l’umiltà ti permette di ascoltare e solo la libertà ti consente di costruire senza copiare.

Imparare dal passato. Ogni storia fornisce i paradigmi su cui le persone hanno costruito il loro specifico ed unico processo di allenamento. Leggere la storia e imparare da essa è una buona pratica necessaria per guardare “verso dove” e affrontare la strada del miglioramento, dei nuovi allenamenti e dei nuovi paradigmi.

Infine la buona pratica più potente in assoluto: la capacità di azzerare tutte le conoscenze e ricominciare da capo. Tornare ad essere allievo, trovare un scuola e un maestro. Questa è la buona pratica che amo in assoluto di più ed è quella che genera in me “energia vitale”.
Decidere come e in che modo affrontare un percorso di studio nuovo per acquisire competenze, con nuovi maestri. La capacità di azzerare e ricominciare è, dal mio punto di vista, il seme per la ricerca dell’eccellenza.

Buon allenamento e buone pratiche.

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Lunedì’ 4 e lunedì 11 settembre Paolo Loner sarà in Diretta con CoachingZone alle 21 per parlare proprio di allenamento, nello sport e nella vita.

CoachingZone

 

photo by Matthieu Petard

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Di Paolo Loner

Mental coach, lavora con Sport4Life, team che segue alcuni campioni famosi anzi famosissimi. Nel presupposto che lo sviluppo del potenziale umano riguarda innanzi tutto la persona e le consente di esprimersi al meglio nelle diverse sfere della vita.