Insegnare Italiano L2

Insegnare Italiano L2

Gestire le criticità nella relazione psicologica e interculturale nell’insegnamento dell'italiano L2

tempo di lettura 3′

Le considerazioni che seguono sono il risultato dei workshop per insegnanti promossi da Sietar Italia nel corso del 2019 a Milano, con il contributo di Paola Motta, Bettina Gehrke, Mihaela Barbieru , Benedetta Faraglia, Liesbeth Helwig

 

Chi impara l’italiano come seconda lingua? Fino a non molto tempo fa si trattava di intellettuali di tutto il mondo, che fossero globetrotters oppure appassionati di lirica o di arte; e poi di  discendenti di emigrati italiani che vivono all’estero e hanno come lingua madre la lingua locale.

Oggi ci sono anche coloro che emigrano in Italia: vi si trovano per lavorare, o perché fanno parte della famiglia di un lavoratore immigrato. Persone con back ground molto differenziati, che si tratti di livelli di scolarità nel loro Paese di origine, di età, di genere, di consuetudini, valori, stili di vita.

 

Complementarmente, chi insegna l’italiano come L2? Agli insegnanti di professione si sono aggiunti i volontari che operano nelle varie strutture di accoglienza. Persone con curricula molto differenziati, preparazione disomogenea come i livelli di impegno ed esperienza, motivazioni che spaziano sui piani etico, sociale, religioso, economico, politico, umanitario.

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Nella relazione di insegnamento quindi si mescolano background diversi. Se i discenti sono in gruppo, è possibile che per ogni partecipante si aggiunga un livello di differenza da presidiare, generando criticità nella relazione di insegnamento. Per esempio:

  • Quanto è difficile rapportarsi con una cultura diversa?
  • Come gestire la differente visione su temi come il ruolo delle donne e sulla relazione uomo-donna?
  • Come gestire autorità e autorevolezza?
  • Come modulare l’affettività, il coinvolgimento e l’empatia nella relazione con i discenti?
  • Quale distanza psicologica tenere con loro?
  • Quanto far passare  di se stessi?
  • Quanto spazio dare ai racconti di vita?
  • Come gestire la tentazione di sentirsi superiori?
  • Come gestire il proprio e il loro senso di inadeguatezza rispetto agli insuccessi nell’insegnamento?

 

Come sempre, è impossibile offrire ricette e risposte standardizzate. Ci sono però alcune strategie utili, senza dimenticare che il primo passaggio, la consapevolezza della difficoltà, è già un passo nella direzione della soluzione:

  • Tenere presente che il luogo fisico dell’insegnamento e il gruppo dei discenti forniscono uno spazio che offre identità e sicurezza, non solo apprendimento
  • Tenere presente che si stanno formando legami e relazioni fra le persone, e si sta indirettamente insegnando come formarli
  • Presentarsi (ed eventualmente definirsi) attraverso la passione verso ciò che si sta insegnando
  • Orientare l’affetto verso ciò che si insegna, più che verso l’allievo
  • Ricordare che la relazione docente-discente -anche oltre l’adolescenza- ricalca quella genitore-figlio: non è paritetica ma complementare, e include emozioni quali rispetto, reattività, rispecchiamento, etc.
  • Promuovere la capacità di decodificare e andare oltre gli stereotipi, per esempio analizzando messaggi pubblicitari
  • Trasmettere capacità di comunicazione interculturale, non solo linguistica
  • Far capire che essere disponibile non vuole dire essere a disposizione
  • Usare gli strumenti dello Storytelling e complementarmente quello della decostruzione della storia stessa
  • Utilizzare lo schema di lettura dello shock culturale per leggere a che stadio si colloca l’interlocutore e modulare di conseguenza gli esempi che si fanno e il proprio linguaggio in genere
  • Insegnare che essere diversi in situazioni diverse non significa perdere la propria identità
  • Utilizzare una modalità da coach che fa emergere capacità e conoscenze
  • Ricordarsi che l’atto dell’emigrazione è il superamento anche metaforico di una linea di confine, un passaggio che in alcuni casi è stato di morte/vita, la transizione ad un nuovo modo di essere.
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