Smarthpone, pc, internet, wifi, selfie: sono questi attualmente gli strumenti di uso quotidiano che gestiscono le nostre relazioni.

Sono protesi cerebrali che ci danno l’illusione di controllo e di conoscenza, ma che in effetti altro non sono che agglomerati di chip e circuiti che di neuronale hanno ben poco.

Ci aiutano a:

  • depersonalizzare,
  • disumanizzare,
  • creare delle distanze da tutto ciò che realmente ci circonda;
  • alterare la dimensione naturale spazio-tempo di vita;
  • siamo qui ma nel contempo siamo altrove.

E questa dissociazione costante altro non è che la volontà latente di ognuno di noi di isolarci, creare immagini che non corrispondono alla verità, fingere e sentirsi protagonisti di una società virtuale mentre si continua a denigrare quella reale.

 

Certo si denigra la società perché ne siamo disabituati.

Guardiamoci intorno: che tipo di persone vediamo intorno a noi? Che tipo di persone siamo diventati?

Giovani così goffi e inibiti da riuscire ad esprimersi solo con in mano uno smartphone: uno scettro di potere, un feticcio della propria autostima che si nasconde e che è capace di esprimersi soltanto attraverso questo strumento vicario che la famiglia dà in dotazione, e che il gruppo dei pari assolutamente esige.

Figuranti e immagini plastificate dell’umanità talmente tanto abituate ad ammirare se stesse che sono totalmente disinteressate verso l’altro, o meglio, che considerano l’altro una scenetta sui social, un tutorial oppure un Like.

Corazze d’apparenza tanto fragili da avere come priorità l’esagerazione e l’esibizione, che considerano la vita un palcoscenico, una passerella variopinta di come sesofisticati, costruiti, omologati e non di sé autentici.

Il mondo virtuale è una realtà in cui la regola principe è la deresponsabilizzazione, la saccenza, l’ignoranza e la volgarità. E’ il mezzo di sfogo più comune perché estremamente immediato, che ci rende maledettamente vigliacchi, incredibilmente cattivi e senza rimorso.

 

Eppure questa involuzione avrebbe potuto invece crescere come opportunità, come risorsa, non come mezzo di distruzione sociale.

Vilèm Flusser, filosofo, scrittore e giornalista ceco (Praga, 12 maggio 1920- 27 novembre 1991) che ha dedicato parte della sua ricerca alla filosofia della comunicazione e la produzione artistica, ha sostenuto per esempio, che “l’uomo è un artista che progetta mondi alternativi: scompare la differenza tra arte e scienza, entrambi sono un progetto”.

Flusser concepiva l’estensione della rete virtuale, come un’occasione “per rendere possibile l’esperienza della prossimità che rende felici, facendo sparire come per incanto la distanza spazio-temporale”

Che amara scoperta invece quella di appurare che “la comunicazione digitale, invece, erode massicciamente la società, il Noi. Distrugge lo spazio pubblico e aggrava l’isolamento dell’uomo, la comunicazione digitale è dominata dal narcisismo, isole narcisistiche di Ego, non <l’amore per il prossimo>, piuttosto si rivela una macchina egotica” (pg.64-65, Nello Sciame).

Tutto ciò perché l’Altro scompare, esiste solo un’immagine senza l’essenza: gli studi psicologici hanno sempre sostenuto l’importanza del confronto interpersonale, nella teoria adleriana, per esempio, l’equilibrio psicofisico è assolutamente dipendente dalla capacità relazionale dell’individuo e dal sentimento sociale che guida le sue azioni all’interno della sua comunità (Ansbacher, 131-166).

Tutto ciò è figlio dello spirito di conservazione umana  in cui ogni persona è al contempo bisognosa di aiuto e soggetto che dona sostegno, creatrice così del principio di condivisione sociale.

Si, condivisione sociale reale, di presenza effettiva, di aiuto reciproco, non fittizia o virtuale!

La tecnologia è diventata una dipendenza, una compensazione, non ne possiamo assolutamente fare a meno. Ma dall’Altro invece sì, eccome, meglio intraprendere comunicazioni e relazioni via web, perché di persona ci si fraintende, si teme l’Altro! Ma è possibile?

Quante ore impieghiamo davanti a un pc, un video, un cellulare? quante invece tra le persone ascoltando, rispettando gli spazi relazionali e affrontando delle conversazioni reali, non dei commenti o delle immagini da condividere?

Che qualità hanno le nostre relazioni? Le nostre conversazioni? Sono più cariche di rabbia oppure pacate e serene?

Se la risposta converge nella prima ipotesi stiamo pur certi che una delle cause di questo atteggiamento è l’isolamento, quello vero non quello virtuale! Si può vivere nella stessa casa e non considerarsi per giorni, e parlare attraverso WhatsApp, l’importante è dichiarare la nostra presenza sul web, non sia mai che i followers diminuiscano!

Inquietante il contesto nel quale siamo sommersi. Sì, sommersi, perché spesso non ce ne rendiamo neanche conto…

Anche la nostra personalità sta mutando, il confronto con gli altri avviene sempre più schermato da mezzi, pochi i contatti diretti.Accrescendo una modalità sempre più pervasiva che è quella della comunicazione silente, della distanza interpersonale e del distacco emotivo.

Il fenomeno è così capillare che internet è stato inserito come causa dei nuovi disturbi di personalità con criteri diagnostici molto precisi, per esempio nell’utilizzo dei giochi virtuali.

Ecco i criteri di diagnosi effettivi: pensiero ossessivo verso l’utilizzo di internet, preoccupazione di non riuscire ad utilizzare la rete tanto da diventare la principale attività quotidiana, sintomi di astinenza, bisogno di trascorrere sempre più tempo su internet, perdita di interesse per le altre attività, mentire sul reale utilizzo della rete, utilizzo di internet per mitigare i propri stati d’animo, mettere a repentaglio relazioni a causa del suo utilizzo illimitato.

 

Insomma una vera e propria addiction in cui la sostanza nociva sono i giga.

La dipendenza: ecco qui l’effettiva depauperazione di uno strumento che di per sé può senz’altro avere una sua utilità sociale, si pensi a tutte quelle situazioni in cui le persone possono subire delle limitazioni personali, fisiche e ambientali.

E’ ahimè un vero peccato che la rete rischi di essere l’origine di nuove patologie psicologiche e sociali.

Senza titolo

Dato questo scenario piuttosto catastrofico, in effetti, quali modalità ha il coach per opporsi a questa tendenza mortifera? Può comunque utilizzare la sua conoscenza e gli strumenti innovativi a disposizione ed essere efficace senza creare, inconsapevolmente, barriere sociali?

Il Coach è una categoria professionale  (non organizzata in ordini o collegi) ai sensi della Legge 14 gennaio 2013, n°4 e determinata da criteri, requisiti e regole.

Navigando un po’ nel mare magnum di Internet si trovano fortunatamente anche delle informazioni importanti: esiste un documento, Codice di Condotta dei Coach A.Co.I, redatto il 21 marzo 2017, che disciplina l’attività di coaching definendone l’utilità, chiarendone i confini e indirizzando i professionisti verso una formazione continua opportunamente certificata.

Nel Codice di Condotta viene garantita un’identità professionale, diversa da altre professioni spesso associate per le finalità di aiuto e cura della persona e manifesta un rigore deontologico che tutela la dignità del professionista e quella del cliente.

Il Coach lavora sulla motivazione professionale e su obiettivi definiti con il cliente utilizzando strumenti relazionali adeguati, mantenendo un rapporto strettamente lavorativo di potenziamento delle performance del cliente e tutelando la riservatezza dell’impegno professionale.

In modo analogo ad altre professionalità (es. psicologo, psicoterapeuta, della PNL, counseling) ha degli strumenti ben specifici che deve utilizzare e un patto contrattuale che regola la relazione coach-cliente.

In estrema sintesi il Coaching è una metodologia di sostegno processuale- relazionale, una partnership con regole, perimetri d’azione e obiettivi determinati, chiari e condivisi.

Sarebbe utile, in un contesto così vario, spesso ambiguo e spesso poco compreso nelle sue peculiarità che il Coach conosca e agisca in rispetto dei codici di condotta, che delinei in modo chiaro le finalità del progetto professionale tra lui/lei e il cliente dotandosi di tutti gli strumenti che ritiene pertinenti ed efficaci, quindi senz’altro anche la comunicazione virtuale, ma senza trascurare l’importanza della sua presenza effettiva e dell’aspetto relazionale peculiare e vitale che è il cuore della sua professionalità.

 

Per approfondire:

 

 

 

 

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Di Sara Di Giamberardino

Psicologa psicoterapeuta adleriana, lavora presso ATM di Milano dal 2005 nella Direzione Formazione Selezione Sviluppo e Organizzazione. Si occupa in particolare di progettare ed erogare interventi di formazione relazionale/ manageriale e di selezione delle figure professionali ricercate per i diversi ruoli aziendali. Collabora come volontaria con Dimensione Animale di Rho.