Ogni qual volta i mezzi di informazione ci aggiornano su guerre, conflitti religiosi, scontri politici, etnici o ideologici, mi torna alla mente l’apologo con cui Joshua D. Greene, filosofo e psicologo contemporaneo, apre un libro di ormai una decina di anni fa: Moral Tribes: Emotion, Reason, and the Gap Between Us and Them.

Non si tratta certo di verità universali (sono i limiti degli apologhi), ma ci offre comunque qualche indizio su come far luce a proposito di almeno uno dei tanti layer in cui la complessità di simili situazioni si articola. Purtroppo, ragioni di copyright non mi consentono di riportare il suggestivo testo originale; ma spero che la mia parafrasi ne restituisca almeno l’idea (la traduzione dei virgolettati, e qualche licenza poetica, sono mie).

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The Tragedy of Commonsense Morality (La tragedia della morale del senso comune)[1]

La foresta e le tribù

Al centro di tutto, una foresta fitta, impenetrabile. Ad Est della quale, un pascolo comune viene condiviso da una tribù di pastori su base egualitaria: ogni famiglia possiede lo stesso numero di pecore, e nomina un suo rappresentante presso il Consiglio di Anziani che si occupa della sua gestione. La semplicità delle regole, tuttavia, non ha precluso l’insorgere di svariati problemi: negli anni, alcuni pastori hanno cominciato ad allevare pecore di taglia extra-large, consumando in tal modo più erba del normale; altri sono stati sorpresi ad avvelenare quelle dei vicini. Nell’un caso e nell’altro gli autori sono stati individuati e puniti severamente, forse troppo. Ciononostante, la tribù dei pastori dell’Est è sopravvissuta; “e le sue famiglie hanno prosperato, alcune più di altre”.

Ad Ovest, all’insaputa dei primi (ricordate che la foresta è impenetrabile), una seconda tribù condivide da generazioni un secondo pascolo, retto anch’esso da un Consiglio di Anziani. Ma con modalità un po’ diverse: il numero di pecore questa volta è proporzionale al numero di componenti della famiglia. Neanche loro sono peraltro esenti da conflitti interni: famiglie particolarmente prolifiche finiscono di fatto con l’accaparrarsi quote eccessive del pascolo. Mentre, ad esempio, un nucleo famigliare particolarmente sfortunato, cui la malattia ha ucciso in una sola stagione metà della prole, al danno della tragedia somma la beffa di vedersi decurtare drasticamente quel gregge che gli consentiva la sopravvivenza. Anche in questo caso, comunque, la tribù occidentale è sopravvissuta, e “le sue famiglie hanno prosperato, alcune più di altre”.

La tribù a Nord della foresta, invece, tradizionalmente non mette in comune i suoi pascoli: ogni famiglia possiede il proprio lotto di terra – diverse dimensioni, diversa fertilità – che difende circondandolo di steccati. Nel tempo, alcuni pastori sono stati più abili e intraprendenti di altri, e hanno impiegato il loro surplus per comprare terra dai vicini. Ma le differenze che caratterizzano la tribù non sono solo il frutto del merito. In molti casi, esse sono dovute a mera fortuna (c’è chi ha ereditato ampi e produttivi appezzamenti dai genitori). Molte, infine, sono il frutto di circostanze sfortunate (interi greggi, o figliolanze, sterminati da malattie). Con queste premesse, possiamo facilmente immaginare che il Consiglio degli Anziani non abbia granché da fare; le sue incombenze si limitano per lo più a garantire il rispetto della proprietà privata e il mantenimento degli impegni. Tuttavia, proprio le diseguaglianze hanno generato problemi enormi: ogni inverno molte famiglie muoiono di fame o di freddo. Nonostante queste sfide, la tribù del Nord è sopravvissuta. “La maggior parte delle sue famiglie ha prosperato, alcune molto più di altre”.

Infine, la tribù a Sud non si limita a condividere i pascoli: estende infatti la proprietà collettiva alle pecore, al lavoro, e ai suoi frutti, che vengono rigorosamente suddivisi in parti uguali. Il consiglio, come potete immaginare, ha un gran daffare: gestisce il bestiame, assegna e controlla il lavoro, dirime contrasti. Che, naturalmente, non mancano neanche a Sud: nonostante la maggior parte dei pastori lavori duro, spinta dallo spirito comunitario o pressata dal controllo sociale, i molti scansafatiche suscitano continue lamentele. Eppure, nonostante le sfide, anche la tribù del Sud è sopravvissuta. “Le sue famiglie non sono in media ricche quanto quelle del Nord, ma se la cavano abbastanza bene, e a Sud nessuno è mai morto d’inverno per mancanza di cibo o di caldo”

Il giardino dell’Eden

Il vero problema comincia quando un violento incendio distrugge completamente la foresta. Dopo forti piogge, e una mite primavera, là dove c’erano gli alberi ora c’è… il miglior pascolo erboso che si possa desiderare. Nonché perfettamente visibile dalle quattro tribù, che con sorpresa, ora che la foresta è scomparsa, scoprono vicendevolmente le loro esistenze. La prima a entrare in azione è la tribù del Sud, che, in conformità ai propri principi, convoca immediatamente un’assemblea, in cui proclama che i nuovi pascoli appartengono a tutti i gruppi, e devono dunque essere utilizzati collettivamente. Con spirito comunitario, invitano le altre tribù a mandare rappresentanti al futuro Consiglio di Gestione. Ma mentre i meridionali discutono i loro piani quinquennali, i pastori del Nord, senza troppa pubblicità, cominciano ad occupare porzioni del nuovo pascolo, erigendo case e muri difensivi. Seguiti, tempo dopo, e con qualche esitazione, da orientali e occidentali.

Inizia un conflitto che costerà molte vite umane e animali. Una pecora della tribù del Sud si smarrisce nel pascolo di un nordista, che correttamente la restituisce. Ma si riperde daccapo, e questa volta viene sequestrata dal pastore del Nord, che chiede un riscatto per la sua liberazione. E, al rifiuto dei meridionali, la macella. I sudisti catturano allora tre pecore del Nord, e le ammazzano. Il Nordista ne prende a sua volta dieci del Sud, e le macella. I Sudisti, per vendetta, danno fuoco alla casa del Nordista. Un bambino rimane bruciato vivo. Per rappresaglia i Nordisti incendiano la sala assembleare dei Sudisti, uccidendo decine di pastori, e diversi bambini.

Molto sangue fu sparso nei pascoli che erano piovuti dal cielo.

La terra promessa

Ed ecco come prosegue il conflitto, nelle parole di Joshua D. Greene.

“A peggiorare le cose, arrivarono tribù da terre lontane per insediarsi nei nuovi pascoli. Una tribù rivendicava i nuovi pascoli come un dono del proprio dio. L’incendio della grande foresta e il rinverdimento delle colline erano stati profetizzati nel loro libro sacro, dicevano. Un’altra tribù rivendicava i nuovi pascoli come la propria patria ancestrale, dalla quale era stata cacciata molte generazioni prima che esistesse una foresta. Le tribù arrivarono con regole e usanze che agli estranei sembravano piuttosto strane, se non addirittura ridicole: le pecore nere non devono dormire nello stesso recinto delle pecore bianche. Le donne in pubblico devono tenere i lobi delle orecchie coperti. Il mercoledì è severamente vietato cantare. Un uomo si lamentò di una vicina che, mentre si occupava delle sue pecore, lasciava i lobi delle orecchie scoperti in piena vista dei suoi figli impressionabili. La donna si rifiutò di coprire i lobi delle orecchie e questo fece infuriare il pio vicino. Una bambina disse a un bambino che il dio che la sua famiglia pregava non esisteva. Il bambino, sconvolto, lo riferì al padre, che si lamentò con il padre della bambina. Il padre difese la figlia, lodandone l’intelligenza, e rifiutò di scusarsi. Per questo fu ucciso, come previsto dalle leggi della tribù che aveva offeso. E così iniziò un’altra sanguinosa faida”.

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Sappiamo che quanto l’apologo descrive è una delle manifestazioni estreme di ciò che gli psicologi chiamano favoritismo in group/out group. Abbiamo una propensione naturale per preferire e mostrare affinità verso i gruppi sociali cui apparteniamo, in-group  (famiglia, circolo, religione, nazione, ecc.: i confini possono essere assai vari e più o meno larghi), spesso a scapito di coloro che sono, o percepiamo come esterni ad essi (out-group).

Troppo spesso tendiamo a leggerla come una saga dei buoni contro i cattivi, ma è proprio qui che Greene ci chiede di sospendere il giudizio, e di domandarci quali differenze morali ci siano davvero tra i pastori delle quattro tribù. Non è difficile immaginare che, al di là delle differenze che li mettono in guerra uno contro l’altro, in realtà essi desiderino in larga misura le stesse cose. Proteggere i propri figli, ad esempio, e la loro tribù. Raccontarsi storie nel tempo libero. Lottare non solo per interessi egoistici, ma anche perché le ingiustizie li disgustano, e li fanno arrabbiare. Difendere la propria reputazione. Valutare le azioni degli altri.

Insomma, queste guerre ubique e infinite non nascono dal fatto che la gente è immorale; al contrario, almeno in parte, il problema è proprio il fatto che tante persone sono profondamente morali. Possiedono una sorta di primitive morali, una sorta di istinto morale comune  che ad esempio coinvolge le proibizioni di uccidere o rubare. Solo che ogni tribù ha la propria idea di come esse debbano essere concretamente declinate. Il padre che risparmia per l’università del figlio, e quello che ne accetta la morte da martire  con una cintura esplosiva hanno due modi radicalmente diversi per esprimere un amore per la propria famiglia che probabilmente è meno lontano di quanto possa apparire.

 

Come dice Greene, “le tribù dei nuovi pascoli non litigano perché sono immorali, ma perché vedono la vita nei nuovi pascoli da prospettive morali molto diverse. Chiamo questa Tragedia del senso comune morale”. È la Tragedia dei nostri Tempi.

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[1] Il titolo, a sua volta, è una parafrasi di un celebre apologo di Garrett James Hardin del 1968, Tragedy of the Commons (La tragedia dei beni comuni), che ha avuto grande risonanza nei decenni successivi.

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Di Augusto Carena

Augusto Carena, ingegnere nucleare, si occupa di Simulazioni di Business, Systems Thinking, Decision Making complesso, e bias cognitivi nelle organizzazioni. Su questi temi svolge da trent’anni attività di formazione manageriale in Italia e all’estero. Con Giulio Sapelli lavora sulle culture d’impresa in progetti di etnografia organizzativa. Ha pubblicato con Antonio Mastrogiorgio La trappola del comandante (2012), sui bias nelle organizzazioni, e Dialoghi Inattuali. Sull’Etica