Supervisione: cui prodest?

Supervisione: cui prodest?

Ha senso per un coach farsi supervisionare? gli psicologi lo fanno, consulenti e formatori invece no

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Domanda legittima: infatti non è obbligatorio farla, per cui è utile interrogarsi sulle sue funzioni.

La supervisione è come lo specchietto retrovisore in auto: ti permette di cogliere ostacoli contro cui stai rischiando di urtare

la funzione più immediata di una sessione di supervisione è fornire un luogo dove è possibile depositare la tensione che sollecita un aspetto rompicapo, sia che si tratti di effetti indesiderati (con un certo tipo di persone non ottengo una relazione soddisfacente) oppure di un percorso di coaching con difficoltà inattese e/o persistenti.

In genere il valore aggiunto che se ne trae è acquisire una nuova prospettiva che fa affiorare e sciogliere il nodo sottostante, che spesso è l’effetto di un personale (inesorabilmente operante) angolo cieco  (una convinzione, un pregiudizio, un’abitudine, etc… comunque inconsapevoli e/o involontari), quindi aumentare l’area della consapevolezza di sé.

La supervisione è un modo per imparare facendo.

La seconda funzione è potenziare l’approccio metodologico: prevedere una supervisione regolare (anche semestrale) stimola una attività di auto-osservazione permanente. Considerare il confronto sul proprio operato come una pratica di lavoro, sospinge a rendere conto per primo a se stessi del senso di quel che si fa, porta a chiarirsi come prassi di lavoro l’intenzione che guida le scelte di intervento (a cosa è utile fare questa domanda o proporre questo stimolo o fornire queste informazioni?), così da poterle condividere.

La supervisione contribuisce alla reputation del ruolo di coach

La terza funzione riguarda la professione: la supervisione nel suo operare complessivo può generare uno stile professionale, consolidare l’identità di una professione giovane e spesso solitaria, favorire una riconoscibilità del contributo che il coach può dare alla collettività e delle modalità con cui si esplica. Ciò consente di orientare sia chi esercita la professione che chi ne richiede il contributo sapendo cosa aspettarsi, ovvero chiarisce il ruolo  (definibile come un sistema di attese), esplicitando il mandato sociale, quindi le richieste del contesto, che il coach è attrezzato a gestire, garantendo uno standard di qualità.

Marisa Vecchi
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