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Ripubblichiamo questo testo -dal blog  metodocolloquio.work –  perché funzione del coach è anche aiutare a dipanare i nodi delle molte narrazioni che ci avviluppano, cominciando dal significato delle parole. dove la narrazione può avere un valore costruttivo (cfr storytelling su questo magazine) e uno di … depistaggio, come suggerito dall’autrice.

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Storytelling sta per atto di narrare, in italiano narrazione. E dunque perché non dirlo in italiano? Perché l’italiano è meno suggestivo. Narrazione potrebbe sembrare un sinonimo di romanzo o più in generale letteratura, una reminescenza da antologia scolastica.

Storytelling invece è termine più suggestivo, sebbene non se ne comprenda il significato, anzi forse proprio per questo motivo. Suona come una parola sciocca, letteralmente priva di sugo come una porzione di spaghetti sconditi, serviti in un piatto sul cui fondo si è depositata un poco di acqua di cottura.

C’era una volta una principessa

Sua Altezza Reale si presenta in pubblico un paio di giorni dopo aver dato alla luce il suo primogenito. Indossa un abito bianco evidentemente troppo stretto, sbottonato al punto vita. Entra in azione lo storytelling e la primipara diventa un manifesto della bellezza inclusiva, ovvero una donna ricca e famosa che compare in pubblico senza camuffare le proprie rotondità, così come farebbe una neo mamma qualunque.

Di cosa si sta parlando?

Negli stessi giorni una multinazionale di abbigliamento esce con una campagna pubblicitaria con – anche – modelle curvy (leggi: più in carne delle consuete indossatrici). Lo scopo è ampliare la quota di mercato risollevando le vendite in calo da tempo. Entra in azione lo storytelling e nasce la moda-mare inclusiva

Il filo che unisce queste due narrazioni è l’inclusione. La storia che ci stanno raccontando è in apparenza “C’era una volta una principessa…”, ma forse potrebbe essere “C’era una volta una ragazza cicciotella che finalmente scopre di potersi vestire anche lei quasi come tutte le altre”.

Chi ha paura dell’effetto serra?

Qualche decennio fa si comincia a usare la definizione di effetto serra per indicare il riscaldamento del nostro pianeta causato dalle immissioni di gas nell’atmosfera. L’espressione rappresenta un esempio di storytelling riuscito – Come ci si sente entrando in una serra? Chi non è in grado di immaginare l’effetto di un ambiente saturo di gas tossici? – Ma poiché questi gas vengono per lo più rilasciati dalla combustione di derivati dal petrolio i produttori dello stesso cominciano a trovare pericolosa la definizione.

Così si preferisce promuovere l’espressione cambiamento climatico, molto meno minacciosa poiché allude a fenomeni naturali indipendenti dall’intervento dell’uomo. Il resto della storia lo conosciamo.

 

Dallo storytelling alle fake news

Come sarebbe se provassimo a tradurre storyelling con l’espressione –italianissima ancorché non aulica– “contar balle“?

Premesso che nutro una grande ammirazione per l’inventiva di chi sa raccontare balle con stile, mi domando se l’espressione storytelling non debba suonare come un campanello d’allarme: attenzione, maneggiare con cura!

 

Lo verifichiamo ogni giorno: una storia affidata alla rete è capace di generare un’epidemia. Infatti parliamo di notizie virali. E più le notizie sono fasulle, cioè sensazionali, più rapidamente si propagano e più alto è il numero dei contagiati.

Nel film Vice, un uomo nell’ombra si racconta, tra l’altro, di come e a quale scopo l’amministrazione Bush abbia ideato lo storytelling per motivare nel 2003 la guerra in Iraq, con tanto di discorso di Colin Powell alle Nazioni Unite e sostegno di Tony Blair in Europa.

Istruzioni d’uso: tenere lontano dalla portata dei bambini

E dunque, raccontiamo pure delle storie, poiché narrare è l’attività più tipica degli uomini, ma impariamo come si costruiscono le narrazioni, quali sono i meccanismi che le regolano così da saperle utilizzare. Come? Leggendo romanzi, guardando film: Guerra e Pace o Trono di Spade, non importa. In entrambi troviamo le trame, cioè il tessuto di cui sono fatte anche le esperienze di ciascuno di noi.

 

Un esempio. Nel romanzo distopico Per ultimo il cuore  l’autrice, Margaret Atwood, fa dire a un’alta funzionaria:

Mi sono laureata in letteratura inglese. È stato utilissimo. […] è lì che ci sono tutte le trame. Si impara il dipanarsi degli sviluppi. Ho fatto una tesi sul Paradiso perduto

In altre parole: un poema in versi del XVII secolo è utile per governare una ipotetica società del futuro! Quindi più cose sai e meglio le sai utilizzare più sarai in grado di condurre la tua vita e – in questo caso – gestire il potere.

Direi che ce n’è abbastanza per concludere che ciò di cui abbiamo bisogno in questo tempo è apprendere come dipanare i nodi delle molte narrazioni che ci avviluppano, cominciando dal significato delle parole. Storytelling, non diversamente da flat tax o da job act, sono etichette spesso incomprensibili su barattoli vuoti che chiunque la sappia un pò più lunga può riempire a proprio arbitrio. Evitiamo di essere tanto sciocchi da prestarci a fare da cassa di risonanza del vuoto.

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Di Monica Della Giustina

Monica Emma Della Giustina, copywriter consulente di comunicazione nel 2018 ha creato Metodo Colloquio, laboratori e incontri per addestrarsi a comunicare meglio nella vita e nel lavoro. Trainer certificato di Job Club, volontaria de La Grande Fabbrica delle Parole vive e lavora a Milano dove ha aperto e gestisce anche un bed&breakfast.