Ecco, siete svegli agili e pronti ad affrontare un’altra giornata di lavoro impegnativa, siete una giovane mamma che si alza due ore per coordinare i lavori famigliari, siete un arzillo pensionato che si sveglia all’alba pronto per godersi il suo meritato tempo libero e famigliare oppure siete il giovane che chiude lo zaino e di fretta prende il bus per correre a scuola con la preoccupazione del compito in classe..

Chiunque voi siate, qualsiasi obiettivo vogliate raggiungere nella vostra giornata di impegni personali e professionali certamente non sempre siete consapevoli di subire un’influenza subdola e nascosta, latente e non manifesta, ma pervasiva e invalidante…. Per questa pandemia non sono ancora stati inventati vaccini o metodologie di induzione che possano proteggerci, ma c’è, e a volte siamo noi gli agenti attivi della più terribile e diffusa malattia: l’indolenza e il vittimismo.  

 

Un’influenza virulenta che rende i compiti vitali di ciascuno di noi un pesante fardello. Che mortifica ogni possibile genuino entusiasmo.

E’ vero, non possiamo negare la complessità del nostro tempo. Ma è sempre più comune respirare nella comunità sociale un narcisistico sentimento di vittimismo e rassegnazione, che spesso condividiamo molto più volentieri di quelle piccole gioie e soddisfazioni quotidiane che comunque esistono, ma che diamo per scontato o comunque non ci piace davvero condividere..

E’ più conservativa la lamentela, il leccarsi le ferite, piuttosto che utilizzare le energie per rimarginarle e infondere speranza…

  • Quali sono le prime parole che sentite quando vi svegliate?
  • Fate mai caso a quanto poco vi ci vuole per essere travolti dall’indolenza propria e altrui, e invece quanti sforzi fate per non esserne contagiati?
  • Quanto vi esponete in prima persona nel contesto sociale, e quanto invece è presente il rifugio egosintonico in uno smartphone?
  • Quanto siete curiosi di approfondire piuttosto che commentare superficialmente?
  • Quanto vi sentite capaci di ascoltare l’altro e quanto lo fate davvero?
  • Quanto siete consapevoli della tendenza a rendere tutto più difficile, invece che incoraggiare una sana leggerezza?
  • Quante volte vi aspettate che siano gli altri a dover risolvere le vostre insoddisfazioni? Quante volte non siete voi i protagonisti dei vostri pensieri?
  • Vi succede di non pensare solo alla vostra logica privata?

E’ terrificante quanto i sentimenti negativi, le ansie e le nevrosi generali ci condizionino inconsapevolmente: immergiamoci in un ambiente sociale, ascoltiamo le conversazioni delle persone…  beh intanto se ce ne sono!(non valgono le chat!) la maggior parte saranno orientate ad affrontare tematiche disastrose, situazioni di rabbia, frustrazione e paura… perché abbiamo questo bisogno insanabile di buttare sempre fuori il nostro veleno in modo disorganizzato e incurante dell’altro?…un’eruzione vulcanica…una diarrea verbosa… un’onda anomala che non ci lascia scampo!

Negli ultimi anni si viene ascoltati, sui social e nella vita reale, solo se ci si lamenta e si polemizza.

E’ il secolo dell’indifferenza e della povertà culturale… della ricerca dell’immagine, dell’effimero, delle relazioni strumentali, dell’esibizione con la conseguente incapacità di affrontare autenticamente il dolore, il sacrificio, la responsabilità e preferendo gli appagamenti a breve termine, la velleità e il disimpegno.

Il secolo della competizione e delle lotte tra poveri, con l’effetto opportunistico di sottostare sempre di più al potere e distruttivo di pochi invece che incoraggiare la collaborazione e la responsabilità sociale.

Chissà nei libri di storia dei nostri pronipoti come verrà ricordata questa era. Forse del cieco individualismo?

Lamentele, lamentele lamentele per tutto ciò che non funziona. Per la propria frustrazione personale. Ma le soluzioni chi le deve trovare?… senz’altro qualcun altro!

Un sottile masochismo sociale che ci coccola e ci rassicura. Distanziandoci da nei confronti di coloro che cercano di rendersi utili, che sono motivati rispetto ai propri compiti personali e sociali:  che sanno che non esiste solo l’individuo e i suoi bisogni, siamo responsabili anche della nostra comunità  sempre più violentata da terrorismo psicologico e indebolita dal vittimismo.

 

Considerando il contesto attuale, come possiamo dotarci di coraggio e determinazione?  Come possiamo proteggerci dalla cronicizzazione dei sentimenti negativi?

Come possiamo evitare di diventare impermeabili e cinici quando il contesto sociale ci incoraggia ad esserlo?

Ecco una serie di 6 antidoti contro l’appiattimento dis-umano:

  1. Provare a cambiare il filtro, il punto di vista  con cui si percepisce il mondo;
  2. Riconoscere e utilizzare meccanismi di difesa funzionali a sé e agli altri (es. l’umorismo e l’altruismo al posto della denigrazione cronica o l’evitamento dell’altro);
  3. Proteggere gli affetti reali e le attività che ci gratificano davvero;
  4. Coltivare nuove modalità e nuove relazioni sane;
  5. Confrontarsi con gli altri, mettersi in discussione direttamente;
  6. Moderare l’uso del virtuale o comunque incoraggiarne l’uso consapevole e utile.

 

Photo by Hichem Dahmani

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Di Sara Di Giamberardino

Psicologa psicoterapeuta adleriana, lavora presso ATM di Milano dal 2005 nella Direzione Formazione Selezione Sviluppo e Organizzazione. Si occupa in particolare di progettare ed erogare interventi di formazione relazionale/ manageriale e di selezione delle figure professionali ricercate per i diversi ruoli aziendali. Collabora come volontaria con Dimensione Animale di Rho.