Per un maggiore approfondimento attraverso altri testi sull’argomento si rimanda all’articolo pubblicato da Eugenio Nunziata su Braincooperation.

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Le tecnologie digitali consentono a ciascuno di noi di gestire situazioni lavorative con modalità prima inimmaginabili, cogliendo l’utilità di funzionalità via via sempre più ricche, come ad esempio lavorare assieme (cooperative working), condividere obiettivi e attività (team collaboration), mettere in comune dati, informazioni, documenti (sharing), collaborare alla produzione di contenuti (content creation), comunicare in video e voce con gli altri, dentro e fuori (communicate), vivere e sviluppare relazioni sociali e professionali (networking), essere presenti, riunirsi anche a distanza (effective meetings), rendere disponibili le proprie competenze ed esperienze (collaboration expertise).

Lo smart working va a configurare nel concreto della vita di ognuno di noi il portato dei processi di digital transformation in atto nel mondo della produzione di beni e servizi, al punto da divenire il nuovo paradigma culturale che sta modificando il modo di lavorare delle persone. E’ una opportunità che si realizza attraverso la combinazione delle potenzialità offerte dai device mobili (tablet, smartphone), con l’uso delle tecnologie di archiviazione dei dati su cloud, con gli strumenti di unified communication, con le funzionalità offerte dalle piattaforme aziendali a supporto del lavoro collaborativo.

Fig Picasso

Si potrebbe pensare che il digital working determini benefici solo per chi vive situazioni lavorative dinamiche, itineranti, per intenderci dirigenti, professional, tecnici, commerciali, etc. In realtà permette, anche, di raggiungere uno scopo diametralmente opposto: ridurre gli spostamenti e semplificare il proprio stile di vita anche per chi normalmente svolge un lavoro sedentario o amministrativo.

Lo smart working sfrutta e combina le nuove tecnologie per rendere le nostre attività meno legate agli spazi dell’ufficio, o alla presenza fisica alla propria scrivania, anche in situazioni in cui non disponiamo del personal computer che ci è stato assegnato, all’esterno della nostra sede di lavoro, così come in sede, p.e. durante una riunione di lavoro. Nel contempo ci rende disponibili funzionalità digitali per comunicare, lavorare, collaborare, coordinare e controllare, offrendo l’opportunità di essere più efficaci e produttivi nel proprio lavoro, per la immediatezza con la quale ci rende possibile accedere e condividere le informazioni, i documenti, le conoscenze necessarie per lo svolgimento delle nostre attività, e per un più efficace utilizzo del nostro tempo.

Nel mondo anglosassone, quando si descrivono le nuove modalità lavorative indotte dall’uso delle tecnologie digitali, si fa riferimento ad una varietà di opzioni che rispondono a esigenze diverse. Accanto allo smart working, si parla per esempio  di flexible working e di agile working.

 

Purtroppo, l’uso improprio di anglicismi ha determinato nel linguaggio comune una gran confusione, perchè spesso vengono utilizzati con significati diversi, talvolta differenti dall’uso che se ne fa nel mondo anglosassone. Un esempio per tutti, smart working viene utilizzato nella pubblica amministrazione italiana come sinonimo del cosiddetto “lavoro agile”, perché così è riportato negli atti legislativi che disciplinano la prestazione lavorativa fuori del luogo di lavoro.

In realtà, siamo di fronte a una evoluzione delle modalità lavorative che assume declinazioni via via differenti in funzione della diversa finalizzazione delle tecnologie digitali e dell’influenza che esse determinano sui diversi attributi che caratterizzano una situazione lavorativa: orario di lavoro (when), luogo di lavoro (where), strumenti e funzionalità utilizzate (how), tipologie di obiettivi da conseguire (what), tipologia di ruoli/competenze impegnate (who).          (fonte: blog.terminologiaetc.it)

Fig smart working

Nel flexible working, la tecnologia è destinata prevalentemente a rendere possibile un modo di lavorare che garantisca ritmi di vita/lavoro confacenti alle proprie esigenze, ad esempio avere orari di inizio e fine flessibili o lavorare da casa. E’ una pratica lavorativa definita in accordo con il datore di lavoro, che consente ai dipendenti un certo grado di libertà nel decidere come il lavoro verrà svolto e in che modo coordineranno i loro programmi con quelli degli altri colleghi. Il datore di lavoro fissa determinati limiti come il numero minimo e massimo di ore di lavoro ogni giorno e i momenti in cui devono essere presenti tutti i dipendenti. Rappresenta il concetto più vicino a quello che il nostro legislatore ha denominato “lavoro agile”.

Nello smart working, sono in gioco competenze e abilità digitali sicuramente molto più elevate. Con un uso intelligente e duttile delle tecnologie digitali si riesce a cogliere appieno l’utilità dell’ampia gamma delle funzionalità rese disponibili dalle app e dalle soluzioni web di produttività individuale, finalizzandole al miglioramento sia delle proprie performance lavorative, che della soddisfazione ottenuta dal lavoro. Un modo di lavorare più produttivo, che per esempio consente di ottimizzare il tempo destinato al lavoro, lasciando più spazio al tempo libero, oppure che offre l’opportunità di incrementare significativamente le relazioni sociali e professionali, senza vincoli geografici. E ciò vale tanto per il lavoro svolto fuori della propria sede di lavoro, quanto per un utilizzo dinamico degli spazi di ufficio (smart space). Lo smart working si basa su logiche di indipendenza e interdipendenza che è possibile sviluppare solo con un salto di maturità professionale incentrato sulla responsabilizzazione.

Con l’agile working si supera la prospettiva bidimensionale che vede la tecnologia consentire di lavorare in qualsiasi momento e in un qualsiasi luogo, ma comunque sempre lo stesso lavoro di prima, svolto nello stesso modo. Con l’”agile” si entra in una prospettiva multidimensionale, dove la natura del contributo lavorativo si riconfigura e la tecnologia diviene fattore che abilita verso più elevati livelli di efficacia. L’agile working, pur incorporando le dimensioni della flessibilità del tempo e del luogo, fa leva su di un contributo della tecnologia finalizzato a potenziare la performance ed il risultato. Più che lavorare in un modo diverso, la tecnologia abilita comportamenti lavorativi diversi, ri-configurando le quattro dimensioni: il tempo (in che tempi le persone forniscono il proprio contributo), luogo (da dove le persone forniscono il contributo), ruolo (chi fa, che cosa, con quale competenza, con quale responsabilità), e il risultato (come valore prodotto dalla combinazione dei diversi contributi). Introduce un approccio situazionale e adattivo, che modifica sostanzialmente i paradigmi organizzativi pre-esistenti, ridefinendo le modalità di svolgimento del processo lavorativo, enfatizzando approcci integrativi e multidisciplinari, il lavoro collaborativo, il team working,  la valorizzazione delle conoscenze.

L’agile working è divenuta una modalità che promette molti vantaggi: riduzione del time-to-market, maggiore aderenza alle aspettative del cliente/mercato, apprendimento continuo, riduzione dei rischi, soluzioni scalabili nel tempo, maggiore flessibilità operativa, coinvolgimento delle parti interessate, trasparenza.

Sempre più le aziende stanno scoprendo i vantaggi degli approcci “agile” e vogliono sfruttarli per scardinare flussi di lavoro aziendali tradizionalmente rigidi e burocratici. “Agile working significa avvicinare persone, processi, connettività e tecnologia, tempo e luogo per trovare il modo di lavorare più appropriato ed efficace per incrementare il valore di un task o di un risultato” (P. Allsopp, founder of The Agile Organisation).

Se ne parla molto in ambito IT come modalità di sviluppo di progetti innovativi, ma in realtà ci sono aziende (p.e. Unilever) che l’hanno adottato come filosofia aziendale e modalità diffusa di funzionamento, e ne apprezzano l’utilità in qualsiasi ambito aziendale, dallo sviluppo di nuovi prodotti e nuovi mercati, alla ricerca, ma anche nel governo dei processi produttivi.

Da questa veloce rappresentazione emerge uno scenario evolutivo che impatta significativamente sull’organizzazione del lavoro, modificando i tradizionali paradigmi che legano le tre componenti: organizzazione, tecnologia, persone. Appare sempre più evidente la forza abilitante delle nuove tecnologie digitali, le quali consentono alle persone di gestire situazioni lavorative con modalità prima inimmaginabili, e di conseguenza di interpretare ruoli i cui confini appaiono sempre più cangianti. Proprio come quelle “cellule” vitali che venivano sempre evocate per metafora nella descrizione delle organizzazioni “organiche” contrapposte alle organizzazioni “meccaniche”.

Dall’altro lato abbiamo da considerare lo scenario strategico al quale rispondono le nuove modalità di lavoro che afferiscono al digital working. Esse sono spesso funzionali a strategie competitive che richiedono una riconfigurazione del business service model, e che implicano il recupero di flessibilità operativa, dinamicità, prossimità con il contesto/cliente. Nel settore bancario si parla di Smart banking, così come in tanti altri settori si lavora per disintermediare il rapporto con i clienti, alleggerendo la presenza fisica sul territorio.

Tra l’una e l’altra prospettiva, c’è quella del cambiamento necessario per accompagnare armonicamente il contesto aziendale sulla direttrice strategica auspicata. Il change management assume oggi la connotazione di digital transformation. E’ così denominato perché il change è abilitato dalla adozione di nuove tecnologie, coinvolgendo tutto l’ecosistema che influenza i processi di business, modificando sostanzialmente – sino a divenire disruptive transformationtutte le dimensioni dell’organizzazione aziendale, da quelle hard, come strutture, processi, ruoli, competenze, sistemi di gestione, a quelle soft, come quelle culturali, sociali, creative, manageriali.

 

 

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Di Brain Cooperation

centro studi per lo sviluppo dei contesti organizzativi l’Associazione svolge attività di studio e ricerca, di formazione e informazione, di promozione e diffusione della cultura organizzativa socio-tecnica. In particolare intende sostenere la riflessione sullo sviluppo di contesti lavorativi “capaci” di abilitare le persone, e riportare l’attenzione sull’organizzazione come cultura, come disciplina, come competenza fondativa del ruolo manageriale. La community professionale è costituita da docenti, ricercatori, consulenti, dirigenti e professional che operano in imprese, enti, o istituzioni educative ed impegnati, nello svolgimento delle proprie responsabilità, ad attivare processi di sviluppo della cultura manageriale, di innovazione organizzativa, di condivisione di conoscenze, e crescita delle risorse umane. braincooperation.it