Perdere i riferimenti

Perdere i riferimenti

Per imparare dobbiamo accettare di cambiare, ovvero perdere qualcosa. Che spesso non è un qualcosa banale, ma una certezza, o un'identità.

Come primo articolo per CoachingZone, ho scelto il tema della perdita degli usuali punti di riferimento sui quali una persona normalmente tende a fare affidamento, a volte senza neanche accorgersene.

Qualche tempo fa, mi stavo recando a cena a casa di una mia cara amica, che abita in zona Maciachini a Milano. Ero in auto, stavo percorrendo la circonvallazione in direzione di casa sua e, dato che erano circa le 18, c’era un bel po’ di traffico che rendeva noioso il tragitto.
 Per la noia e la lentezza o per l’abitudine umana di lasciare i pensieri galoppare, la mia mente ha cominciato a fuggire qua e là per distrarsi. D’improvviso qualcosa, forse un clacson o un semaforo, mi ha riportato d’improvviso nel momento corrente.

Quale stupore nel non riconoscere, guardandomi intorno, dove mai mi trovassi. Era come se fossi d’improvviso capitato in un quartiere sconosciuto, che mi trovassi a dover percorrere per la prima volta nella mia vita. Passato il primo istante di stupore, ho iniziato a cercare un punto di riferimento, un’insegna o un cartello che mi facesse capire, nella mia distrazione, quale strada avessi imboccato e dove fossi mai andato a finire.
Immaginate lo stupore ancora più grande nello scoprire che non avevo affatto deviato dal mio percorso e che ero esattamente sulla circonvallazione di Milano, a poche centinaia di metri da piazzale Maciachini!
Cos’era successo? Come mai avevo pensato di essere altrove mentre ero sempre sul giusto percorso? Distraendomi, avevo perso il contatto stretto con l’ambiente che mi circondava e, quando ero stato riportato nello stesso, bruscamente, non ero riuscito a ricollegarmi alla catena, a volte inconscia, di punti di riferimento che ci creiamo: una mappa del territorio scritta nella nostra testa. Senza rendercene conto, i nostri occhi captano sul percorso un’insegna, un albero, delle finestre e altri particolari che formano la visione interiore del percorso, la nostra personalissima mappa. Quei particolari, e non altri, fanno sì che noi riconosciamo un luogo. Distraendomi ho perso il filo sottile che lega quei punti ed i miei occhi hanno visto cose sconosciute, che magari erano a fianco di altre memorizzate.
La cosa ha seguitato a ronzarmi in testa per giorni, innescando molte riflessioni. Mi sono ricordato di alcuni passi del libro “Brainwashing” in cui si spiegavano alcune modalità di funzionamento del nostro cervello e, fra le altre, quella di acquisizione delle immagini. Ognuno ha delle immagini preferite che catturano la sua attenzione e gli fanno percepire un’immagine in modo diverso da un’altra persona, che sarà attirato da altri particolari. Altre riflessioni del genere le ho anche trovate ne “Il Tao della fisica”   di Fritjiof Capra.
Mi è venuto spontaneo accostare questa esperienza al nostro sistema di credenze e convinzioni, che tanta parte hanno nella nostra vita. Se il semplice perdere contatto con alcuni punti di riferimento in un percorso, mi ha causato un così grande senso di smarrimento, quanto deve essere difficile lasciare andare le credenze ed i preconcetti che ognuno di noi si porta dietro? Perché il problema non consiste nel semplice cambiare idea, ma nel mettere in discussione la nostra “mappa della vita”, ovvero la nostra visione del mondo, la nostra interpretazione e, quindi, l’esistenza stessa del mondo (quello che abbiamo costruito nella nostra testa ovviamente).
 Per questo, spesso, le persone preferiscono andare incontro anche a delle sciagure piuttosto che cambiare punto di vista: se l’idea da cambiare è molto potente, fondamentale, portante come un muro maestro all’interno della nostra personalità, possiamo percepire il pericolo che il nostro Io venga messo in pericolo fino a correre il rischio di sgretolarsi se non si sostituisce immediatamente il concetto abbandonato con un altro nuovo.
Il problema non sta, ovviamente, nell’avere idee buone o cattive, ma nel fatto di non riuscire a guardare ai fenomeni senza incollarci sopra immediatamente un’interpretazione, perché di questa non sappiamo più fare a meno. È quello che intendono i buddhisti zen quando dicono che la realtà intorno a noi non esiste. Non che il tavolino sia inconsistente, ma che l’immagine interpretativa che ne abbiamo (quella sì!) è inconsistente! E, di conseguenza, anche la nostra percezione di noi stessi in quanto esseri solidi e reali vacilla. Ovviamente ci sono delle situazioni in cui la perdita degli usuali punti di riferimento è molto più dura per una persona (morte di persone care, perdita dello status sociale, malattie gravi, ecc.).
Un maestro (Shunryu Suzuki Roshi, se non ricordo male) diceva: “Quando qualcuno nasce, noi crediamo che sia venuto al mondo e, quando muore, che lo abbia lasciato. In realtà quando qualcuno nasce, un mondo nasce con lui e con lui scomparirà non appena sarà morto”.
Mi sembra che questa piccola storia possa gettare uno sguardo differente su cosa crediamo di essere, della realtà che crediamo ci circondi ed alla quale richiamiamo spesso le persone che sono intorno a noi.
Ma siamo sicuri di saperlo, noi, che cosa sia la realtà?

 

Nota:
Le tecniche di respiro dell’Innerbreathing tendono a scaricare gli accumuli di visioni autoprodotte che, intrecciandosi, formano quella che noi chiamiamo “personalità”. La meditazione è un altro strumento estremamente potente in tal senso che ognuno può sperimentare nelle sue varie forme. Io personalmente, oltre al respiro, cerco di praticare zazen (la meditazione seduta dello zen) e il suono delle campane tibetane.

Antonio Franco
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