Il paradosso dei social

Il paradosso dei social

Ogni minuto passato a rispondere su Facebook o a una mail è un minuto tolto alle relazioni che ci danno felicità e allungano la vita

  • Ogni career coach vi dirà che un bel network di relazioni light aiuta nella carriera e perfino nell’orientamento.
  • Tanti amici su Facebook o su Linkedin vi rendono socialmente desiderabile, e vi forniscono stimoli intellettuali e notizie.
  • Se insieme a un counselor vi date l’obiettivo di incrementare l’attenzione sugli altri, l’incremento del numero di sms in arrivo sullo smartphone può rappresentare un misuratore semplice ed efficace.

 

Tutto positivo, quindi? A prima vista sì

Infatti la ricetta della salute fisica ed emotiva consiste proprio nello stare dentro una rete ricca di relazioni interpersonali.

Allunga la vita l’appartenenza a piccoli gruppi di relazioni coese, gruppi che si frequentano faccia a faccia, non su internet. Quelli che si parlano e spettegolano e giocano a carte e si scambiano ricette di cucina o il suggerimento di un film e di un programma televisivo.  Come i sardi di Villagrande, centenari oggetto di uno specifico studio per capire il perché dell’eccezionale longevità; i ricercatori raccontano che si faceva fatica ad intervistarli, i centenari, perché avevano sempre qualcuno intorno che interferiva e offriva commenti e qualcosa da mangiare. Come gli abitanti di Loma Linda, in California, che vivono in media da 6 a 10 anni  più degli altri californiani, nonostante dati preoccupanti di inquinamento atmosferico: sono in maggioranza Avventisti del Settimo Giorno, un gruppo religioso che tiene fortemente uniti i propri membri, nella quotidianità.

I prigionieri delle guerre dell’ex Jugoslavia che si sono trovati in condizione di isolamento, hanno mostrato danni neurologici più pesanti di coloro che pur essendo prigionieri non erano stati isolati.

C’è un fatto fisiologico, alla base di tutto questo, identificato dagli epidemiologi inglesi John Cacioppo e Andrew Steptoe: la solitudine alza i livelli di cortisolo e la pressione sanguigna, fino a provocare danni agli organi interni.

 

Tutto positivo quindi? A un secondo esame, non tanto.

Le relazioni che aiutano in un momento di difficoltà, che supportano davvero quando ce n’è bisogno, che garantiscono serenità nel gestire i successi e gli insuccessi,  che forniscono equilibrio, che fanno condividere gli obiettivi, che addirittura allungano di 15 anni la vita… sono quelle che si vivono di persona, faccia a faccia. Non sui social, a distanza e tramite un computer.

Molti di coloro che si rivolgono a un life coach per migliorare le propria vita stanno confondendo le relazioni sui social con quelle che si tengono di persona. E dato che hanno un’intensa vita di relazioni on line credono di avere amici.

Quando il dirigente chiede al coach manageriale di essere aiutato a motivare i suoi collaboratori, è perché spesso ha scambiato le chiacchiere alla macchinetta del caffè con un’autentica attenzione ai suoi uomini. Per cui non si rende conto di ignorare di loro tutte le cose importanti, e quindi che cosa li induce a coinvolgersi nel lavoro.

 

E, ciliegina negativa sulla torta, Eric Barker con il suo blog ci segnala che non solo le relazioni tramite social network non contano. Ma che ogni email che mandiamo rappresenta un minuto in meno di relazioni face-to-face.

Ogni 5 minuti passati a vedere che cosa è stato postato su Facebook sono 5 minuti tolti ad una chiacchierata davanti a una tazza di caffè. Ogni 10 minuti trascorsi a controllare il profilo LinkedIn… eccetera eccetera.

 

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Ce lo ricorda anche Sara Di Giamberardino in  Vita virtuale e coaching

 

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