Ascolta, coach!

Ascolta, coach!

10 punti per fare attenzione e ascoltare, un binomio inscindibile. Che la confusione degli stimoli ci fa dimenticare

Dedichiamo al tema dell’ascolto anche le Dirette del 7 e del 14 giugno, in cui sono coinvolte Samanta Maccanti e Stefania Leoni, che con la loro Camera d’Ascolto  hanno suscitato l’attenzione di Vanity Fair.

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tempo di lettura 6′

Quanti sono i coaching che hanno come tema principale di lavoro la capacità di ascolto, l’attenzione (dal latino “attendere” ovvero “tendere verso”) e la concentrazione? Probabilmente ancora troppo pochi, considerato che quasi sempre si dà per scontato il possesso della capacità di ascoltare, non distinguendo quindi questa competenza dalla semplice capacità di “udire” le parole di chi ci sta parlando.

Soprattutto oggi l’attenzione e quindi l’ascolto sono sempre più difficili da perseguire: in particolare i giovani sono sintonizzati più sulle macchine che sulle persone. Se consideriamo che i circuiti emotivi e sociali del nostro cervello si formano e si arricchiscono grazie alle relazioni con le altre persone, abbiamo già oggi una generazione che spesso soffre di un vero e proprio deficit relazionale. Persone abilissime con la tastiera ma maldestre quando si trovano faccia a faccia.

 

Anche gli adulti comunque hanno, oggi più che mai, un declino molto precoce dell’attenzione e quindi della capacità di ascolto. Durante i corsi di formazione e le riunioni, se il docente o il manager non riesce a catturare  le persone, queste dopo pochissimi minuti iniziano già a controllare i loro messaggi sul cellulare, tanto che alcune aziende della Silicon Valley hanno vietato l’utilizzo di notebook, cellulari e altri strumenti digitali durante le riunioni. Il lavoro a distanza, poi, non sta facendo altro che accentuare tali difficoltà: nelle interazioni faccia a faccia, infatti, i nostri circuiti sociali raccolgono una moltitudine di segnali che ci aiutano a relazionarci in maniera corretta e creano un collegamento fra i neuroni coinvolti, mentre durante le migliaia di ore trascorse online, i circuiti del cervello sociale non hanno in pratica alcuna occasione di esercizio. Già nel 1977 il Premio Nobel per l’economia Herbert Simon avvertiva che nel nuovo mondo saturo di informazioni, queste ultime avrebbero consumato l’attenzione di chi le riceve. La capacità di concentrarsi su un singolo tema o su una persona che ci sta parlando ignorando tutto il resto risiede nelle regioni prefrontali del cervello, dove alcuni circuiti neurali specializzati rinforzano i segnali su cui vogliamo concentrarci smorzando quelli che invece scegliamo di ignorare.

In ogni caso, va detto che al di là delle tantissime distrazioni esterne, i fattori di distrazione più potenti – che limitano ad esempio la nostra capacità di ascolto – sono in realtà al nostro interno, anche se quasi sempre non ce ne rendiamo conto. Pensiamo ad esempio alla forza delle emozioni (rabbia, frustrazione, ansia ecc.) che possono impedirci qualsiasi ascolto dell’altro ma anche più semplicemente alle tante volte in cui ci scopriamo persi, insieme alla nostra mente, nel vagare su percorsi che nulla hanno a che vedere con ciò che stiamo facendo. E che dire di quando, impegnati nell’ascolto del racconto di una problematica di un nostro collaboratore, stiamo in realtà già pensando a cosa rispondergli, interrompendo di fatto l’ascolto? O ancora di quando riteniamo a priori che le nostre idee siano le migliori non riuscendo a metterci in discussione, ad esempio col pensare che il nostro interlocutore potrebbe avere un’idea migliore della nostra?

Ascoltare a lungo mantenendo viva l’attenzione è estremamente impegnativo per il nostro cervello, che di fatto si dimostra incapace di mantenere lo stesso livello di attenzione per lunghi periodi. Non a caso si parla spesso di curva dell’attenzione: in concreto, il nostro cervello impiega qualche minuto a raggiungere il picco massimo dell’attenzione (anche per questo è sconsigliato, nelle riunioni come nei corsi di formazione e nei percorsi di coaching, entrare subito nel cuore dell’argomento da trattare), dopodiché è in grado di mantenerlo per altri 15 – 20 minuti. Successivamente, col passare del tempo l’attenzione cala, fino a raggiungere una diminuzione dell’80% delle capacità attentive intorno ai 30 minuti. Al 40° minuto, infine,  l’attenzione diventa minima. Nelle conversazioni telefoniche o via web queste tempistiche già abbastanza critiche possono ridursi drasticamente tanto che secondo alcuni studi, meritevoli di ulteriore approfondimento, l’attenzione all’interlocutore crollerebbe dopo meno di 15 minuti dal suo inizio.

Sui livelli di attenzione influiscono – positivamente o negativamente – diversi fattori, che possono fare la differenza tra un ascoltatore attento ed uno svogliato: essere sereni e riposati, aver mangiato in maniera corretta, ascoltare temi e/o persone che ci interessano e ci appassionano,  aver sviluppato un allenamento e una vera e propria disciplina alla riflessione personale ed all’ascolto sono premesse indispensabili per un buon lavoro di ascolto.

Quali sono i vantaggi da un punto di vista lavorativo? Innanzitutto il fatto che un buon ascolto consente un migliore processo decisionale (obiettivo: evitare errori e perdite di tempo, migliorare l’efficacia e l’efficienza del proprio lavoro), in quanto permette di acquisire informazioni e quindi di verificare e/o modificare quanto già noto. Da non dimenticare inoltre gli effetti sul clima lavorativo: un ambiente di lavoro in cui le relazioni sono migliori è un ambiente di lavoro sano, piacevole e caratterizzato da fiducia reciproca, premessa indispensabile per migliorare ulteriormente i risultati del team.

Consapevole dell’estrema complessità del tema, provo in ogni caso a proporre ai coach una sorta di checklist o decalogo che, seppur incompleto, desidera sostenere la tesi secondo la quale la capacità di ascoltare e di concentrarsi non è tanto legata a ciò che sta scritto nei nostri geni quanto al desiderio ed alla tenacia di allenare una capacità  che, come un muscolo, rischia di infiacchirsi se la usiamo poco:

 

  1. Dedicarsi a ciò che ci appassiona veramente. Stimolare l’entusiasmo, la motivazione, il senso di scopo dei nostri collaboratori, aggiungendo un pizzico di pressione.
  2. Relazionarsi con persone di ogni età, estrazione sociale o provenienza, allargando il cerchio dei contatti per avere prospettive nuove. Soprattutto per i manager: relazionarsi anche con persone più operative e con colleghi di altri settori aziendali/altre aziende.
  3. Individuare almeno una persona a noi vicina che ci possa “donare” feedback sinceri e affidabili.
  4. Non trascurare gli incontri in presenza anche nell’era del virtuale
  5. Mantenere la regola dell’80/20: dedicare almeno l’80% del tempo all’ascolto e non più del 20% a domande, piccole osservazioni ecc.
  6. Dirigere come leader l’attenzione dei collaboratori su ciò che conta davvero, spostando l’attenzione su quel che serve per lavorare nel migliore dei modi.
  7. Durante le ore di lavoro permettersi qualche momento personale di riflessione silenziosa. Prendersi di tanto in tanto un momento di riposo, fare con regolarità delle pause evitando l’idea che il leader debba essere sempre e comunque operativo, quasi che fosse un eroe dotato di poteri straordinari. Stare in mezzo alla natura per recuperare energie mentali. Vedere un film interessante oppure fare tutte quelle cose in cui risulta piacevole perdersi è un altro modo per non dover focalizzare sempre l’attenzione su qualcosa o qualcuno, ripristinando le energie neurali.
  8. Curare il sonno, la cui carenza indebolisce i circuiti esecutivi e la capacità di concentrazione.
  9. Curare l’alimentazione, evitando per quanto possibile i picchi glicemici che generano poi i cosiddetti “cali di zucchero”.
  10. Dedicare tempo, con una buona guida, a pratiche di meditazione/mindfulness che abituano la persona a riportare la mente, quando ci si accorge che sta vagando, al suo focus di concentrazione.

 

Concludo con le parole dell’intellettuale greco Plutarco, che quasi duemila anni fa nel suo “De recta ratione audiendi” ovvero “L’arte di ascoltare” diceva che

“I più sbagliano perché si esercitano nell’arte di dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso ci sia bisogno di studio e di esercizio ma che dall’ascolto invece possa trarre profitto anche chi vi s’accosta in modo improvvisato… Non dobbiamo pensare che gli esiti felici dipendano dalla fortuna o che vengano da soli, ma che siano piuttosto frutto di applicazione, duro lavoro e studio”.

1 comment
Attilio Leoni
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  • francesco dolcino

    ahimè è da tanti anni che cerco di spiegare, con scarso successo, quale è la differenza, fondamentale, tra “sentire” ed “ascoltare”, ma anche tra “parlare a e per sè” e “parlare agli altri”.
    Complimenti all’autore peressersi spiegato così chiaramente. Facciamone tutti tesoro

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