Udire e ascoltare

Udire e ascoltare

Avendo ascoltato, farsi ascoltare e non solo farsi sentire. Quando non basta o non si può urlare più forte

Vorrei riprendere i temi trattati dall’articolo di Attilio Leoni e ritornare su alcuni concetti da lui così ben espressi.

E’ certamente basilare e proficuo sforzarsi di ascoltare gli altri nelle riunioni di lavoro o nei colloqui/coaching, ma anche nei convegni o nei corsi di formazione.

Sarebbe altresì utile che tutti noi non ci limitassimo a udire, cioè a percepire suoni e parole, ma ci abituassimo, come dice bene Leoni, ad ascoltare, cioè ad elaborare mentalmente ciò che ci viene trasferito dall’altro da noi.

 

E’ qui che sorge però un problema per molti, o almeno a me è capitato troppo spesso nella mia lunga vita professionale.

  • Farsi sentire  è abbastanza facile, basta urlare o parlare sopra gli altri, come accade tutti i giorni (purtroppo) nei talk show.
  • Il problema vero è invece farsi ascoltare.

Quanti di noi hanno … chiuso la saracinesca dell’attenzione in convegni – riunioni – corsi di formazione – colloqui, di fronte a interlocutori – capi – docenti – professori che si parlavano addosso senza riuscire a trasferirci il loro sapere o il loro volere?

Qualche volta (oserei dire … spesso) è come se parlassero una lingua loro, fatta per i tecnici come loro, fatta per coloro che già sanno di cosa si sta parlando, usando parole e espressioni che spesso appaiono criptiche per chi non è come loro.

 

Senza voler essere irriverente o offensivo mi sovviene una vecchia e stupida barzelletta.

Un tale va a visitare un manicomio (quando ancora esistevano) e, appena entrato nel salone comune, sente un matto dire un numero a cui fa seguito subitanea una risata generale di tutti gli altri malati.   A questo punto si alza un altro di loro e dice un altro numero ed ecco un’altra risata coralee.   Il visitatore si rivolge al medico suo accompagnatore per farsi spiegare che cosa stia succedendo.

“E’ molto semplice, ad ogni numero proferito da uno di loro corrisponde una barzelletta che tutti loro conoscono (aggiungo causticamente: soltanto loro) e quindi ci ridono sopra”.

 

La morale è evidente e financo banale: quando parliamo dobbiamo cercare di essere chiari e suscitare interesse anche, e soprattutto, in coloro che non conoscono a sufficienza la materia di cui si sta discutendo o discettando.

Anche il tono di voce è importante, per evitare che la gente si addormenti: quante volte non si riesce a sentire chiaramente quello che sta dicendo l’altro?

L’errore, anch’esso banale ma spesso assolutamente reale, è che chi legge ad alta voce o declama o parla a braccio lo fa, probabilmente senza accorgersene (ricordiamoci però l’ego di troppi di noi), per se stesso, per proprio compiacimento e non sempre per attirare l’attenzione del popolo bue rappresentato dagli ascoltatori.

 

Attilio Leoni fa inoltre giustamente notare che la curva di attenzione dell’ascoltatore (non soltanto di colui che si limita a sentire) tende a scendere con il passare del tempo.

Questo calo di tensione può però essere più o meno rapido in funzione di colui che ci sta parlando.

Allora non è soltanto un problema di prestare attenzione, di ascoltare, ma anche o addirittura  soprattutto di destare attenzione  (se vogliamo proprio nel senso etimologico della parola destare: svegliare dal torpore!!).

 

Ribaltiamo i termini del discorso: dobbiamo imparare ad ascoltare ma dobbiamo anche imparare  a suscitare interesse in quello che stiamo dicendo.

Le riunioni, i convegni, i corsi di formazione, raramente durano soltanto qualche decina di minuti.

Se la curva di attenzione scema troppo presto dobbiamo all’unisono, ascoltatore e parlante, sforzarci di individuare metodi di sveglia.

In fondo è come il moto ondoso dell’oceano: quando siamo sulla cresta  l’orizzonte è ampio e di assoluto interesse, ma quando siamo nell’incavo dell’onda vediamo soltanto due masse d’acqua incombenti che non ci danno spiegazioni di sé ma generano come minimo noia se non addirittura ansia e desiderio di uscirne fuori (di assentarci).

 

In conclusione direi che è certamente importante ascoltare ma non possiamo prescindere dal farci ascoltare: tutte e due le controparti devono cercare di avere un ruolo attivo perché riunioni – convegni – colloqui – corsi abbiano successo e siano proficui per tutti, e quindi anche per le aziende che stanno dietro (o davanti) a tutto ciò.

 

Un particolare non irrilevante: se avete avuto la pazienza e l’interesse di leggere fin a qui vuol dire che, nella sua apparente banalità, il tema continua ad essere non completamente risolto, per tutti noi.

 

Nel prossimo articolo trovate anche due o tre esempi, a molti magari già noti, di situazioni in cui chi parla ha destato una curva di interesse/attenzione in chi ascolta, e chi ha ascoltato ha fatto tesoro di ciò che ha udito.

 

Photo by Daniel Fontenele

Ricordiamo anche le Dirette di CoachingZone dedicate all’ascolto, il 7 e il 14 giugno 2021

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