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Nel caso ci fosse rimasto qualche dubbio, la recente crisi di governo ci ricorda che le argomentazioni  dei politici sono dirette a mantenere una identità che i loro elettori possano apprezzare, invece che alla ricerca della verità.

Con buona pace dei razionalisti, che del ruolo della ragione nell’aiutarci a distinguere il vero dal falso – e il giusto dall’ingiusto – hanno fatto una bandiera, almeno a partire da Platone. Proprio in un suo dialogo fondamentale, la Repubblica, Glaucone e Adimanto, fratelli maggiori del filosofo, provocano Socrate, chiedendogli se sia in grado di dimostrare che un uomo giusto, ma con una cattiva reputazione, sia più felice di un cattivo soggetto che però gode di una buona fama. Come dire: la reputazione è più importante della realtà dei fatti? E anche: la nostra autostima conta più del giudizio degli altri?

Nel dialogo, la domanda appare retorica; e infatti Socrate se la cava come da copione, argomentando essenzialmente che se una persona lascia il comando alla ragione, conta solo la vera virtù, non la sua apparenza.

Ma, a distanza di molti secoli, le domande dei due filosofi si rivelano meno scontate. E non solo a proposito dei politici.

È del 2003 uno studio dello psicologo Philip Tetlock (che in seguito si occuperà, guarda caso, di psicologia politica e più recentemente – guarda ancora il caso – di previsioni e sondaggi, nel recente Superforecasters) che mischia un po’ le carte.

Tetlock studia il modo in cui noi umani navighiamo nella rete di responsabilità (accountability) in cui conduciamo le nostre esistenze. La sua definizione di accountability merita un po’ di attenzione. Secondo Tetlock, si tratta di

esplicita aspettativa di essere chiamati a giustificare le proprie convinzioni, sentimenti o azioni davanti agli altri”, e unitamente all’attesa che gli altri ci premieranno o puniranno in base a quanto saremo stati bravi a giustificarci.

È un’idea che fa a pugni con millenni di filosofia, ma in cambio ci aiuterebbe a comprendere molti dei nostri comportamenti più bizzarri messi in luce dalla recente psicologia cognitiva. E che è stata ripresa recentemente da studi in ambito morale (Haidt) e culturale (Sperber e Mercier). La logica è semplice: una società in cui nessuno deve rendere conto a nessun altro non può essere tenuta insieme; la nostra mente si sarebbe evoluta di conseguenza per dare una soluzione al problema dei problemi – la cooperazione.

Abbiamo sviluppato una mente retorica?

Tetlock sostiene che attraversiamo il mondo comportandoci in modo da costruirci e mantenere una facciata morale attraente per le nostre molteplici constituency.

Se fossimo veramente interessati a distinguere il vero dal falso, dovremmo esercitare quello che chiama pensiero esplorativo,  cioè analizzare a fondo i problemi assumendo punti di vista via via differenti, a favore ma anche contro le tesi che sosteniamo. Un’attività che, possiamo confermare per esperienza, è molto impegnativa tanto cognitivamente quanto emotivamente.  Non è che ci sia estranea. Ad esempio, gli esperimenti di Tetlock suggeriscono che l’accountability  ci spinge in particolare a adottare questa modalità di ragionamento.

Ma ciò avviene solo in determinate circostanze.

Quando sappiamo, prima di prendere una decisione o formulare un giudizio, che ne dovremo rendere conto ad altri; ma anche che di questi altri non conosciamo a priori le opinioni; e, infine, che quegli stessi altri siano competenti e massimamente interessati all’accuratezza di ciò che diciamo. In sintesi, quando i nostri interlocutori sono determinati ad ascoltare da noi soltanto la verità.

Purtroppo, trattasi di rara congiunzione astrale. Normalmente, non è in questa situazione ideale che i politici si trovano ad argomentare. La memoria è corta, l’audience è spesso costituita dai loro sostenitori, e gli intervistatori non sono sempre competenti cacciatori spietati della verità. Ma, diciamoci la verità: neanche noi comuni mortali, nelle nostre vite quotidiane, ci confrontiamo con un’audience troppo esigente.

Così scivoliamo tutti verso una più comoda modalità di ragionamento, il pensiero confermativo.  Che non è altro che il tentativo unilaterale di razionalizzare ex-post un particolare punto di vista: quello che abbiamo già.

Questa modalità è una delle espressioni del cosiddetto confirmation bias,  una distorsione automatica e universale della nostra razionalità che ci spinge inconsapevolmente a cercare e interpretare le nuove evidenze in modi che confermano ciò che già pensiamo, preferiamo o sentiamo. Possiamo pensarlo come una sorta di sistema immunitario psicologico che entra in guerra spontaneamente contro qualunque evento minacci l’immagine che gli altri hanno di noi. E più ancora l’immagine che abbiamo di noi stessi.

Jonathan Haidt, in The Righteous Mind, spiega che “la gente è piuttosto brava a sfidare le affermazioni fatte dagli altri, ma quando le convinzioni sono le vostre, sono roba vostra – quasi dei figli – e volete proteggerle, non metterle in discussione e rischiare di perderle”.

E aggiunge: siamo eccellenti addetti stampa di noi stessi. Nelle organizzazioni, politiche o meno, non sono i press officer a decidere o modificare le policy da adottare. Una volta ricevuto il briefing, il loro compito è trovare le evidenze e argomentazioni che giustifichino quelle policy  al pubblico. Così, raramente noi ci avventuriamo alle critiche del pensiero esplorativo: il nostro compito è giustificare i nostri giudizi, decisioni, e preferenze al nostro pubblico. E qual è questo pubblico?

Il nostro ambiente sociale, dal più intimo (familiari, amici) ai componenti dei vari gruppi cui, in sfere sempre più ampie, apparteniamo. Le nostre constituency. Ma anche, aggiunge Tetlock, noi stessi. Vogliamo persuadere noi stessi a credere alle cose che stiamo per dire agli altri. Abbiamo bisogno di convincerci che abbiamo fatto la scelta “giusta”.

Riassumendo, dunque, siamo più simili a politici in cerca di voti che a filosofi in caccia della verità.

Ma perché siamo fatti così?

Per intere ere, i nostri antenati hanno dovuto affrontare il problema della cooperazione al di là delle strette relazioni parentali, che tengono insieme altre società animali strettamente integrate (pensate ad esempio a formiche e termiti). Un primo passo in questa direzione deve essere, necessariamente, un drive, evoluto attraverso le generazioni, a sviluppare relazioni di fiducia e inclusione a cui i nostri progenitori hanno affidato la mera sopravvivenza prima, e la possibilità di costruire progetti sempre più ampi, che nessuno in isolamento sarebbe stato in grado di portare avanti, e che costituiscono il tratto distintivo del nostro essere umani.

Quello che gli altri pensano di noi è al centro della nostra evoluzione. “Cosa pensi di me?” è la prima domanda che, per quanto inconsciamente e silenziosamente, poniamo quasi a qualsiasi incontro nella vita di tutti i giorni.

photo by Paola Aguilar

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Di Augusto Carena

Augusto Carena, ingegnere nucleare, si occupa di Simulazioni di Business, Systems Thinking, Decision Making complesso, e bias cognitivi nelle organizzazioni. Su questi temi svolge da trent’anni attività di formazione manageriale in Italia e all’estero. Con Giulio Sapelli lavora sulle culture d’impresa in progetti di etnografia organizzativa. Ha pubblicato con Antonio Mastrogiorgio La trappola del comandante (2012), sui bias nelle organizzazioni, e Dialoghi Inattuali. Sull’Etica