In una fase di dubbi ed evoluzione della professione di counselor e del suo quadro normativo, molti si interrogano sulla situazione. Il segretario Generale di  AssoCounseling, dr. Tommaso Valleri ha risposto volentieri e in modo articolato alle nostre domande.

 

Qual è il quadro normativo e legislativo in cui si muove oggi il counselor in Italia?

Il counseling non è, a oggi, una professione regolamentata in Italia. Questo significa che lo Stato non ha definito né i criteri formativi né quelli di accesso. Per sopperire a tale mancanza le associazioni professionali di categoria, all’interno di un quadro rifacentesi al così detto modello accreditatorio delle professioni, hanno stabilito una sorta di auto-regolamentazione. Nel 2013 il Parlamento italiano ha varato la Legge n° 4 (disposizioni in materia di professioni non organizzate) la quale, sostanzialmente, pur non riconoscendo direttamente la professione, sancisce che d’ora in avanti, nell’ordinamento italiano, possono coesistere due diverse tipologie di professioni: quelle regolamentate (organizzate in Ordini o Collegi) e quelle non regolamentate (organizzate in associazioni professionali di categoria). La Legge definisce inoltre quelle che dovrebbero essere le caratteristiche di un’associazione, ribadendo tuttavia che l’adesione da parte dei professionisti resta totalmente volontaria e che, peraltro, nessuna associazione può vantare il così detto vincolo di esclusività nel rappresentare una professione.

 

C’è identità fra “counselor” e “attività di counseling”? Ovvero si può dire che il counselor diplomato da una scuola apposita – e solo lui – può fare attività di counseling?

No, al momento non c’è questa identità poiché una professione non regolamentata, per definizione, può essere esercitata da chiunque. Restano tuttavia aperti due temi a mio avviso centrali: il primo è quello dell’etica individuale, il secondo è quello della giurisprudenza italiana che sta rapidamente evolvendo.

In merito al primo punto la domanda più ovvia è: perché qualcuno dovrebbe esercitare una professione per la quale non è formato e preparato? Anche in considerazione delle implicazioni legali che questo comporta: benché non esista infatti una Legge di regolamentazione (come per i medici, gli avvocati o i commercialisti), ognuno è comunque responsabile degli eventuali danni arrecati.

In merito al secondo punto occorre osservare che la più recente giurisprudenza di merito tende a valutare diversamente un professionista “improvvisato” da un professionista che, ancorché non regolamentato, esercita una professione a seguito di una formazione specifica, rispondendo a linee guida e codici deontologici stabiliti dalle associazioni di riferimento e sottoponendosi a una costante valutazione in itinere in merito al proprio operato e alle proprie competenze.

 

Per esercitare come counselor in Italia occorre anche la laurea in psicologia? E se sì, basta la laurea triennale?

La quasi totalità delle associazioni professionali di counseling ha, fino a oggi, adottato un modello formativo mutuato da quello della European Association for Counselling (EAC) e previsto, quale titolo di accesso, il diploma di scuola media superiore quinquennale.

Federcounseling, la federazione che riunisce sette associazioni professionali di counseling italiane e di cui sono stato Presidente per cinque anni, fino al marzo 2018, con una delibera dello scorso febbraio ha stabilito che il futuro titolo di accesso alla formazione in counseling dovrà essere quello della laurea triennale (qualunque classe di laurea).

 

Viceversa, uno psicologo può esercitare come counselor senza avere una specializzazione in counseling?

Vale il medesimo ragionamento di prima: essendo una professione non regolamentata, chiunque la può esercitare e, dunque, anche uno psicologo.

Approfitto tuttavia di questa domanda per sottolineare che il termine “counseling” (che fin dagli anni ’80 l’Italia ha scelto di non tradurre) non significa “consulenza psicologica”, come alcuni psicologi lascerebbero intendere, e dunque uno psicologo che volesse esercitare anche come counselor dovrebbe, a mio avviso, acquisire anche competenze di counseling.

 

Quali sono le applicazioni pratiche dell’attività di counseling? Ovvero, chi si rivolge a un counselor per avere supporto? (individui/organizzazioni/aziende, giovani/adulti, donne/uomini, ecc.)

Il counseling, in quanto tale, si rivolge sostanzialmente a una vasta molteplicità di ambiti. Sono molte le specializzazioni previste da questa disciplina che, di fatto, rendono il counseling un intervento facilmente adattabile a molti contesti: il mondo della scuola, dello sport, dell’azienda, etc.

Normalmente un individuo, durante il corso della propria vita, si trova ad affrontare dei passaggi evolutivi che, alle volte, non riesce a superare da solo. Pensiamo a un cinquantenne che perde il lavoro e si deve ricollocare professionalmente, a una famiglia appena formata che aspetta un figlio, alla necessità di riorganizzare le proprie relazioni a seguito di una separazione o un divorzio oppure a seguito di un trasferimento, all’incapacità di portare a termine, per varie ragioni, un ciclo scolastico. Ma pensiamo anche a manager e imprenditori che necessitano di un aiuto all’interno della propria organizzazione nel mantenimento dei rapporti con i dipendenti oppure, sempre per restare in ambito aziendale, ai delicati passaggi generazionali tra genitori e figli.

 

Si può stimare questo mercato?

Al momento no. È la stessa domanda che mi rivolse, anni fa, un funzionario del Ministero del Lavoro con il quale valutavamo l’opportunità di dar vita a un CCNL. In effetti è un dato sul quale la federazione e le associazioni tutte, di concerto con le parti sociali e le istituzioni, dovrebbe iniziare una ricognizione.

 

Il professionista che fa il counselor, normalmente, fa solo il counselor? oppure lavora anche come consulente/insegnante/formatore/manager/altro come succede con il coaching?

Credo che ragionevolmente queste due figure professionali seguano percorsi similiari. Anche nel nostro settore la percentuale di chi vive esclusivamente di counseling (inteso come professione autonoma e a se stante) è molto bassa. Ci troviamo di fronte, prevalentemente, ad altre professionalità che si sono arricchite di competenze e abilità di counseling. Competenze che da una parte sfruttano nella loro professione di origine (insegnante, assistente sociale, educatore, etc.) e dall’altra cercano di concretizzare nell’avvio di una libera professione.

 

Approssimativamente, quanti sono i counselor in Italia? E quante le scuole?

L’ultima ricognizione fatta dalla nostra federazione riporta un numero di circa 8-10.000 counselor. È tuttavia complesso effettuare una stima attendibile, giacché vi sono alcune variabili che, al momento, non è possibile valutare. Per quanto concerne le scuole di formazione, se ci riferiamo alle sole scuole che hanno attivo un corso triennale di base per diventare counselor, siamo intorno alle 3-400 unità. A queste vanno poi sommati i vari enti e agenzie formative che, pur non formando direttamente counselor, si occupano tuttavia di erogare corsi di aggiornamento o di specializzazione.

 

Immagino che le scuole non siano tutte uguali; approssimativamente, che cosa si impara, quale impegno è richiesto e per quanto tempo?

La quasi totalità delle scuole di counseling ha durata triennale ed è organizzata principalmente con lezioni durante i fine settimana a cui, in alcuni casi, si aggiungono seminari residenziali. Generalmente un corso triennale di counseling prevede lezioni frontali, momenti di apprendimento delle tecniche, supervisione didattica, un percorso di crescita personale e un tirocinio supervisionato.

AssoCounseling, per esempio, riconosce percorsi formativi che si attestano intorno alle 700 ore e prevede che alcuni formatori abbiano specifiche professionalità.

Esistono due aree prevalenti: da una parte le materie aspecifiche che riguardano la comunicazione e le scienze umane in genere (filosofia, antropologia, sociologia, psicologia); dall’altra le materie specifiche che riguardano il counseling (storia, modelli, tecniche, etica e deontologia professionale, etc.). La maggior parte della formazione è dedicata ad attività esperienziali e di crescita personale, poiché a ogni aspirante counselor si richiede una riflessione profonda sulle proprie tematiche individuali affinché queste non diventino di ostacolo al futuro professionista. Al termine della formazione è previsto inoltre un tirocinio professionalizzante non inferiore alle 150 ore che deve essere costantemente supervisionato.

Esiste la figura professionale del counselor in altri Paesi? E come è regolamentata?

La professione esiste in tutto il mondo. Recentemente ho avuto il privilegio di essere stato keynote speakeral 52° congresso della International Association for Counselling(IAC), dove mi sono confrontato con delegati provenienti da tutto il mondo in rappresentanza dei quasi 600.000 counselor che operano a livello globale.

In alcuni Stati il counseling ha una vera e propria legislazione dedicata (Malta, Stati Uniti, Svizzera, Argentina), in altri invece è rappresentato, come in Italia, da associazioni professionali (Regno Unito, Grecia, Canada). Questo dipende principalmente dal modello organizzativo delle professioni scelto da ogni Stato. I paesi anglofoni tendono prevalentemente a prediligere il “modello accreditatorio” ovvero quel modello non basato su un rigido dualismo tra titolo di studio e regolamentazione della professione. Negli altri paesi, invece, prevale ancora il così detto “modello autorizzatorio” ovvero quel modello che prevede che sia lo Stato ad autorizzare un cittadino a esercitare una professione. All’interno di questa grande divisione vi sono poi varie sfumature e modelli ibridi. Penso agli Stati Uniti, per esempio: da una parte occorre acquisire la così detta licencea seguito di un esame (più o meno l’equivalente del nostro esame di Stato), dall’altra non esiste tuttavia l’equivalente del nostrano Ordine professionale in quanto il professionista, dopo aver ottenuto la licenza, può farsi certificare da un’associazione professionale.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un costante sviluppo del counseling nei paesi asiatici e africani. Proprio all’ultimo congresso della IAC ho avuto il piacere di conoscere i primi due counselor formati nelle Samoa.

 

Per i costi relativi, cfr “Quanto costa il counseling

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Di Cristina Volpi

Coach accreditata ICF e EMCC, Founder del magazine CoachingZone, Master di II livello in coaching e comunicazione Strategica. Ha operato per imprese multinazionali e familiari e not-for-profit, in Italia e in svariati paesi Europei, in USA, in Brasile, in India, lavorando con Pirelli, Studio Ambrosetti, Butera & Partners e come libera professionista; attualmente è volontaria con Sodalitas. Ha pubblicato “Leader, storie vere ed inventate di imperatori, manager e capi” Ed. Il Fenicottero; “C’era una volta il capo” Ed. Fendac; “Bilanci e Veleni” e “Banditi in Azienda” Ed. Guerini; “Sconcerto Globale” con Favero, Ziarelli Ed. Apogeo; “No Smoking Company” con Favero, Ziarelli, Ruggeri, Ed. Kowalski.