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Successe nel 1914, nei primi mesi della Prima Guerra Mondiale. Coinvolgendo, si stima, quasi 100.000 soldati. È nota come Weihnachtsfrieden, o Trêve de Noel. Lungo il fronte fra tedeschi e anglo-francesi

Nessuno avrebbe potuto immaginarlo. Il giorno 24 di un dicembre freddo e sanguinoso, in una trincea nei pressi di Ypres, Belgio, soldati tedeschi cominciarono spontaneamente a decorare i bordi delle fosse e gli alberi circostanti con candele accese, intonando i loro tipici canti natalizi. Dalla trincea contrapposta, anziché sparare, i militari britannici risposero con i loro carrol; e, nel giro di pochi minuti, soldati da entrambe le postazioni cominciarono ad affluire verso la terra di nessuno, andando disarmati incontro ai loro nemici. Uomini che, fino a poche ore prima, si erano massacrati a vicenda, ora fraternizzavano, celebravano cerimonie religiose comuni, seppellivano insieme i caduti, condividevano cibo, qualche presa di tabacco, e scambiavano, a mo’ di ricordo, qualche piccolo dono. Fu improvvisata persino qualche partita di calcio.

Gli episodi si diffusero rapidamente lungo il fronte, e si ripeterono per lo più durante il giorno di Natale (e, in qualche caso, fino a Capodanno). L’artiglieria, in quei giorni, si fermò.

La buona notizia

Forse stiamo davvero entrando, come ci dicono in molti, nell’era dell’empatia.[1]

Forse, come suggerisce l’aneddoto, ci sono momenti (anche sommamente tragici) in cui l’empatia può avere la meglio.

Di questi tempi, l’empatia gode di ottima stampa, persino in contesti in cui è stata considerata, a volte, poco più di un fastidioso inconveniente che le persone si ostinano a perseguire sulla via dell’efficienza. Che possa davvero cambiare le regole di un gioco il cui destino sembra segnato?

Dietro le business school un profluvio di studi testimonia un rinnovato interesse da parte della comunità scientifica. Le sue risposte a queste domande saranno di importanza reale per le nostre vite.

La cattiva notizia

Il 1914 fu solo il primo anno della Grande Guerra. Nel Natale successivo, il fenomeno apparve nettamente ridimensionato. A partire dal 1916, dopo i massacri di Verdun, tristemente accompagnati dall’introduzione delle armi chimiche (l’yprite, guarda caso), la tregua di Natale rimase – a quanto risulta – solo un lontano ricordo. (Paradossalmente, persino nei suoi luminosi giorni la tregua ebbe le sue vittime: in diversi casi, soldati che si avvicinavano con troppo ottimismo alle linee nemiche furono presi a fucilate).

In generale, gli Stati Maggiori degli eserciti non gradirono affatto questa esplosione di empatia, e presero sistematicamente contromisure (non sempre efficaci) volte a prevenire il ripetersi dell’accaduto. Incluso, naturalmente, il tentativo di censurare l’informazione nei confronti della pubblica opinione.  La tregua informativa sulla Tregua durò solo pochi giorni, fino a Capodanno, quando il New York Times (in quei giorni gli USA, guarda caso, non erano ancora coinvolti nel conflitto), me scrisse estesamente, obbligando il resto della stampa ad accodarsi al suo scoop. Eppure, in generale, la stessa opinione pubblica solo in parte reagì con giubilo a questa dimostrazione della forza dell’empatia: furono in molti a rimanere, al contrario, scandalizzati dal comportamento fedifrago  dei soldati coinvolti.

 

Tra ombre  e luci

Che l’empatia sia in qualche modo sopravvalutata?

Oggi come ieri, tra le stesse notizie buone e cattive, tra la nostra natura e il mondo come l’abbiamo costruito, tra fiducia e delusione, continuiamo con la forza dell’empatia ad attraversare la nostra terra di nessuno, sperando che non ci prendano a fucilate.

Buon Natale a tutti

[1] Spesso intendiamo l’empatia come una sorta di sentimento autonomo, ma più probabilmente abbiamo a che fare con un insieme di strumenti che ci aiutano a regolare il modo in cui rispondiamo agli altri (Jamil Zaki, The War for Kindness, 2019). Tra questi, cruciali per la nostra sopravvivenza come società cooperative su larga scala, la capacità di identificare ciò che gli altri sentono (empatia cognitiva), quella di condividere le loro emozioni (empatia emotiva); e, infine, non meno importante, il desiderio di migliorare le loro esperienze (preoccupazione empatica).

 

photo by Tijana Drndarski

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Di Augusto Carena

Augusto Carena, ingegnere nucleare, si occupa di Simulazioni di Business, Systems Thinking, Decision Making complesso, e bias cognitivi nelle organizzazioni. Su questi temi svolge da trent’anni attività di formazione manageriale in Italia e all’estero. Con Giulio Sapelli lavora sulle culture d’impresa in progetti di etnografia organizzativa. Ha pubblicato con Antonio Mastrogiorgio La trappola del comandante (2012), sui bias nelle organizzazioni, e Dialoghi Inattuali. Sull’Etica