Si può fare il tutore assumendosi l’aspetto legale e basta. Oppure, pur mantenendo il corretto distacco, coinvolgersi con gli obiettivi, la crescita emotiva e cognitiva e in generale la vita futura di un ragazzo in crescita. Essere il suo life coach. Essere la persona che può fare la differenza.

 

La tutela legale consiste nell’affiancare un ragazzo minorenne nei momenti in cui dovrebbero intervenire i genitori –quando i giudici decidono che questi ultimi non sono idonei.

Il tutore autorizza per esempio visite mediche, attività sportive, scelte scolastiche, e viene interpellato dagli operatori dei servizi socio-sanitari che lo seguono nelle strutture dove vive o viene a trovarsi: scuola, ospedale, centri ricreativi, comunità educative o terapeutiche o di pronto intervento, carcere o quant’altro.

Nel novembre 2012 il Tribunale di Milano mi ha nominata tutore legale di un ragazzo che allora aveva 16 anni: Fabio, (ovviamente è un nome di fantasia) per delega dall’associazione La voce del bambino.

Fabio ha raggiunto la maggiore età da più di un anno, e quindi la mia tutela è giunta al termine. Ma il rapporto non si è concluso.

Fabio aveva ed ha problematiche legate ad una storia di abbandono familiare. Madre nomade che non ha mai seguito i propri figli; padre alcolizzato senza dimora fissa e spesso in  carcere; sorella prostituta a cui è stata tolta una figlia e data in adozione quando era minorenne, ora tossicodipendente che vive in comunità con un altro figlio nato nel frattempo; altri cinque fratelli. I suoi risultati scolastici erano estremamente limitati per scarso interesse, e appena diventato adolescente ha iniziato ad assumere sostanze stupefacenti. Mi riferirono anche di comportamenti aggressivi nei confronti degli educatori e dei compagni, di difficoltà a stare dentro le regole.

In un contesto così, i servizi sociali del comune si sono mossi per garantire assistenza, nel senso di alloggio e vitto presso una comunità. Quando io l’ho conosciuto era in una comunità a Brescia dove stavano per dimetterlo proprio perché trovato in possesso di roba e materiale adatto a lavorarla.

Ovviamente una volta allontanato da lì è iniziata un’odissea, ed è finito in ospedale per overdose di coca ed alcool.

In questa fase è stato fondamentale sostenere Fabio nella battaglia per farsi riconoscere non come soggetto che fa abuso di sostanze bensì come tossicodipendente, definizione che consente l’inserimento in una struttura terapeutica adeguata.

Avuta la diagnosi, trovata la comunità, è iniziato un andirivieni di fughe e ritrovamenti:  anche di notte, di sabato, di domenica, in qualsiasi luogo, ma specie nelle stazioni o sui mezzi pubblici, da parte dei carabinieri e della polizia ferroviaria o penitenziaria in caso di qualche piccolo reato. Infine è stato arrestato per una rapina e condannato alla detenzione per un anno e mezzo circa presso il Beccaria di Milano – con qualche intervallo per sovrannumero a Torino e a Bologna.

In tutte queste fasi mi ha sempre chiesto di non abbandonarlo e di sostenerlo. Con affetto e insieme diffidenza. Si è sfogato e mi ha fatto domande, gli ho proposto riflessioni e in parte ci sono riuscita. Gli ho fatto domande e qualcuna ha fatto breccia. E naturalmente mi ha anche un po’ usata…

E’ un percorso che si fa in due.

Per me è stata ed è un’esperienza di quelle che ti cambiano, e che mi ha spinta ad assumere un’altra tutela. Sono entrata in un mondo fatto di colloqui in carcere e udienze in tribunale e perquisizioni e controllo pacchi; di confronto con psichiatri e educatori e avvocati e psicologi e assistenti sociali. Sono venuta a conoscenza di storie umane veramente ai limiti della sopravvivenza e di situazioni di degrado che portano inevitabilmente a vissuti anti-sociali.

Fabio è risultato anche socialmente pericoloso: una volta scontata la sua pena, è uscito, è rimasto in libertà per un paio di mesi e poi si è fatto riacciuffare per una rapina. Così ora è di nuovo in carcere, a Verona, dove vado a trovarlo con minore assiduità, data la distanza.

Mi scrive tutte le settimane, e questo è il suo modo di mantenere il contatto a cui tiene.

Sono il suo coach.

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