Nell’animo umano la paura e la speranza rappresentano due facce della stessa medaglia, spesso legate all’incertezza del futuro. Per far prevalere la speranza a scapito della paura è necessario avere fiducia in se stessi ed essere motivati a “mettere in movimento pensieri e progetti”. Vediamo come fare. 

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Ai giorni nostri, caratterizzati da rapida evoluzione tecnologica, guerre e tensioni geopolitiche, crisi economiche, crollo dei valori tradizionali e cambiamenti climatici, la paura del futuro risulta un fenomeno diffuso nella nostra società. 

A conferma di ciò, dati recenti raccolti dall’Istat e riferiti al nostro Paese, indicano che la paura dell’ignoto e l’ansia per il futuro sono sentimenti in forte crescita rispetto agli anni precedenti. In particolare, un giovane su tre guarda con pessimismo al futuro e convive con l’ansia anticipatoria, vale a dire una forma di paura o preoccupazione intensa che emerge al pensiero di eventi futuri, spesso immaginando scenari catastrofici o negativi. 

Nello studio in questione anche viene posto in evidenza che questa preoccupazione non riguarda solo soggetti fragili, ma risulta estesa a tutta la popolazione giovanile in modo pervasivo, influenzando le scelte di vita, lavorative e di pianificazione familiare. 

Perché la paura del futuro ci condiziona 

La paura del futuro ci condiziona perché nasce dal bisogno umano di controllo e dalla difficoltà di accettare l’incertezza, spingendoci a prevedere scenari negativi. 

Essendo il cervello programmato per cercare stabilità e prevedibilità, davanti all’ignoto l’amigdala entra in ipervigilanza, trattando l’incertezza come un pericolo. 

Inoltre, la mancanza di informazioni sul futuro crea ansia, con il risultato di trasformare la pianificazione in preoccupazione. A sua volta questo stato emotivo porta spesso a comportamenti di evitamento se non addirittura di paralisi decisionale, impedendo di vivere pienamente il presente. 

Giovanni e la paura del futuro 

Era questa la situazione psicologica in cui si trovava Giovanni, che arrivato all’età di 24 anni, era in procinto di ultimare il percorso di studi che lo avrebbe portato a conseguire la laurea in Ingegneria Civile. 

I primi anni di università erano andati piuttosto bene: aveva dato gli esami in tempo e si era anche trovato un lavoro part-time che gli aveva consentito di proseguire gli studi senza pensare economicamente sulla sua famiglia di origine. 

Nel corso della fase finale del suo percorso di studi, al cui compimento mancavano solo pochi esami, era però subentrato un rallentamento nella tabella di marcia dovuto a un 

pensiero ricorrente, legato in buona sostanza all’incertezza su ciò che sarebbe successo dopo la laurea. 

Quando cercava di immaginare il suo futuro, ma soprattutto quando lo proiettava a lungo termine, tutto gli appariva confuso. 

Di fatto, il contesto sociale che stava vivendo non gli sembrava che offrisse a breve alcun punto fermo, come ad esempio l’autonomia economica, l’indipendenza, la possibilità di acquisto di una casa, la formazione di una famiglia e ciò gli causava disagio, disorientamento e sfiducia. 

Tutto ciò si traduceva in una forma di ansia irrazionale che andava a minare il qui e ora  e gli generava un forte stress nel quotidiano, basato peraltro sul timore di ciò che doveva ancora accadere. 

Giovanni stava quindi attraversando un periodo un po’ complicato. Fu quindi lieto di ricevere una comunicazione nella quale veniva annunciato un evento promosso dalla sua università. Si trattava di un seminario di orientamento post-laurea dal titolo “Il tuo futuro dopo la laurea magistrale: opportunità professionali e accademiche”. 

In buona sostanza si trattava di un evento utile per approfondire la conoscenza degli sbocchi professionali e per ricevere supporto anche psicologico nella scelta di un lavoro o di ulteriori studi post laurea. 

Nella presentazione scritta dell’evento erano annunciati vari relatori e gli argomenti che ciascuno avrebbe trattato. 

La relazione tra paura e speranza 

Il giorno stabilito, Giovanni raggiunse con largo anticipo l’aula nella quale l’evento era previsto e si sistemò in prima fila. 

Una volta riempita l’aula, il primo dei Relatori chiamati dall’università a svolgere gli argomenti previsti, prese la parola e introdusse il tema dell’incertezza  che stava fortemente caratterizzando il contesto sociale. 

Spiegò che paura e speranza sono due facce della stessa medaglia in quanto entrambe dipendono da un futuro che non è ancora arrivato e che sfugge al nostro controllo. La speranza spinge a immaginare ciò che vorremmo accadesse, mentre la paura si concentra su ciò che temiamo possa succedere. 

In tutti e due i casi la mente resta ancorata a ciò che deve ancora venire, alimentando così inquietudine e instabilità dovute all’incertezza. 

A questo proposito, il Relatore affermò che quando la paura prevale sulla speranza, si entra in uno stallo emotivo che blocca l’azione e la visione del futuro. Questa condizione, spesso definita come “cultura della paura”, rende il progresso impossibile, focalizzando l’individuo solo sulla gestione del pericolo, impedendogli di immaginare scenari positivi. 

Essa si manifesta non solo come emozione, ma anche attraverso reazioni fisiche e mentali che portano all’evitamento delle sfide. 

Ebbene, affrontare la paura è fondamentale perché impedisce che questa si espanda, evitando il cosiddetto effetto macchia d’olio, dove la paura limita sempre più aspetti della vita quotidiana, portando a isolamento o depressione. 

Alimentare la speranza per superare la prevalenza della paura 

Secondo il Relatore, per superare la paura del futuro era necessario un cambiamento di prospettiva, spostando il focus dall’ansia per l’ignoto alla costruzione attiva del presente facendo leva sulla passione, la fiducia in sé stessi e una visione chiara e positiva del futuro. 

Diede quindi una spiegazione sulla natura di questi tre elementi generatori di motivazione al cambiamento, fondamentali per la crescita personale e il benessere psicologico. Infatti il cambiamento richiede la convinzione di poter agire (passione e fiducia) e una direzione chiara verso cui muoversi (visione). 

  • La passione (etimologicamente “dio dentro”), è l’energia interiore e il piacere profondo nel fare qualcosa. È infatti l’elemento capace di trasformare la fatica in soddisfazione e l’impegno quotidiano in opportunità. La si può scoprire facendo chiarezza dentro di sé, cioè prendendo consapevolezza di ciò che è veramente stimolante per se stessi, distinguendolo da ciò che è indotto dall’esterno. 

Individuare le proprie passioni (e competenze) richiede un lavoro attivo di introspezione, autocoscienza e sperimentazione pratica. Non si tratta di un processo immediato, ma di un percorso per allineare i propri valori con la vita quotidiana e professionale. 

  • La fiducia in se stessi è la convinzione di avere il valore e le capacità per superare le difficoltà, sia nel lavoro che nella vita privata. 

Di conseguenza, aumentare la fiducia nelle proprie capacità di gestire situazioni specifiche, concetto noto in psicologia come autoefficacia (*), significa rafforzare la convinzione di poter organizzare ed eseguire le azioni necessarie per raggiungere un obiettivo. L’autoefficacia cresce ancora di più quando le persone sperimentano successi basati sul loro impegno in compiti progressivamente più complessi. 

  • La Visione positiva del futuro, comunemente definita in ambito aziendale e personale come “vision, è l’immagine chiara e ambiziosa di ciò che un’organizzazione o un individuo desidera diventare nel lungo periodo. Essa risponde quindi alle domande fondamentali: “dove voglio arrivare?” (destinazione finale) e “come voglio essere?” (l’identità, i valori e il modo di vivere a lungo termine). 

Pianificazione strategica

La definizione di uno scenario futuro ideale e del relativo piano d’azione per realizzarlo è un processo di pianificazione strategica che mira a immaginare un futuro preferibile e a pianificare le azioni necessarie per orientare le dinamiche quotidiane nella direzione desiderata. In sintesi, serve a connettere la visione di lungo termine con le decisioni operative del presente. 

A questo proposito il Relatore ricordò a tutti i presenti che pianificare un percorso evolutivo voleva dire impegnarsi a convertire i desideri in obiettivi SMART (**), creare un piano d’azione per raggiungerli e monitorare costantemente i progressi. Tutto ciò allo scopo di trasformare una vaga ambizione in una serie di passi gestibili, così da costruire un futuro consapevole e in linea con i propri valori. 

A questo punto il Relatore aggiunse: «L’approccio moderno alla definizione della vision  è quello di non considerarla una figura statica, ma in evoluzione con la crescita personale e quindi soggetta a revisioni periodiche per garantire che rimanga coerente con i propri valori. Inoltre, in un contesto di forte incertezza, risulta fondamentale bilanciare i due orizzonti a breve e lungo termine: usando il breve per costruire e il lungo come bussola per mantenere l’orientamento verso il futuro desiderato». 

L’esempio del contadino 

Per spiegare meglio questi concetti il relatore introdusse l’esempio del contadino, un mestiere di cui tutti i presenti potevano avere un minimo di conoscenza, usando queste parole: «La speranza  è un sentimento importante nella vita di ciascuno e naturalmente anche in quella del contadino. Infatti quando lui semina non sa se avrà un buon raccolto, ma porta avanti il suo lavoro perché spera che ciò possa accadere. 

Lo fa sulla base di ciò che ha appreso dalla sua esperienza e dagli insegnamenti ricevuti strada facendo, avendo passione per il suo lavoro  e fiducia nelle sue capacità. 

Egli è anche consapevole che ci sono cose fuori dal suo controllo, come ad esempio l’andamento climatico, ma anche la volatilità dei prezzi di mercato, le fluttuazioni dei costi delle materie prime e degli strumenti da lui usati per lavorare. 

Se prevalesse la paura del futuro, se le preoccupazioni per la stabilità lavorativa invadessero totalmente i suoi pensieri, lo scoraggiamento sarebbe all’ordine del giorno e la sua quotidianità verrebbe svuotata di motivazione». 

Il Relatore proseguì dicendo: «Nel suo lavoro, il contadino procede un passo alla volta, concentrandosi sul “qui e ora”, senza perdere tempo nella ricerca della perfezione assoluta: sa bene che vivere nel presente non significa ignorare il futuro, ma prendersi cura dell’adesso per plasmare ciò che verrà, trasformando le possibilità in realtà. In altre parole il contadino è consapevole che il futuro si costruisce nel tempo presente, attraverso le scelte quotidiane, non aspettando che arrivi da solo. 

Di fatto, egli prima prepara il terreno, poi semina, quindi cura la coltivazione. A tempo debito raccoglie i frutti per poi riflettere su ciò che può essere migliorato nel suo lavoro. Questo ciclo lavorativo si ripete in continuazione, anno dopo anno». 

Il Relatore fece una breve pausa, quindi alzò lo sguardo verso l’aula e chiese: «Cosa spinge chi fa questa professione a lavorare e vivere in questa condizione di costante incertezza del futuro? 

Attese ancora qualche istante e poi continuò affermando: «Il motivo per cui queste persone si alzano ogni mattino e che le spinge ad andare avanti, anche nei momenti più difficili, è prima di tutto l’accettazione dell’incertezza riguardo al futuro. 

Accettare l’incertezza

Abbracciare l’incertezza significa infatti smettere di cercare un controllo illusorio, che spesso blocca l’azione per paura di sbagliare, permettendo di ridurre l’ansia e lo stress legati alla necessità di prevedere tutto. 

Questo rilassamento emotivo trasforma la tensione in creatività e produttività, consentendo così l’adozione di un atteggiamento proattivo per trasformare l’ignoto in uno stimolo ad agire con determinazione verso i propri obiettivi, sostenuto da autoefficacia, motivazione interiore e disciplina. 

Questi ultimi sono considerati tre pilastri interconnessi, fondamentali per la crescita personale, la gestione delle emozioni e il raggiungimento degli obiettivi. 

Infatti, la convinzione di autoefficacia (credere di farcela) alimenta la motivazione interiore (volerlo fare), spingendo le persone a fissare obiettivi realistici da raggiungere con disciplina, vale a dire con persistenza e impegno costante (voler continuare a farlo), giorno dopo giorno, specialmente di fronte alle difficoltà». 

Immaginare il futuro desiderato 

Il Relatore riprese l’esempio del contadino per esplicitare questi concetti: 

«Abbiamo visto che creare una visione personale del futuro, bilanciata tra breve e lungo periodo, è considerato un processo fondamentale per definire i propri obiettivi e trasformarli in piani d’azione concreti. Essa aiuta non solo a raggiungere la meta desiderata, ma anche a comprendere chi si è veramente e cosa si desidera dalla vita. 

Il contadino, ad esempio, potrebbe immaginare di realizzare un raccolto abbondante alla fine di un ciclo di lavorazione annuale (breve periodo), costituito da prodotti biologici di alta qualità, con cui contribuire alla buona salute dei suoi clienti. 

Per poterlo fare in modo costruttivo deve immaginare vividamente uno scenario futuro a breve termine in grado di attivare in lui emozioni positive e quindi “viverlo” tramite il coinvolgimento dei sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto). Ad esempio potrebbe visualizzare i suoi prodotti depositati nel suo magazzino, pronti per essere venduti. Potrebbe quindi immaginare di avvicinarsi a uno di essi, di toccarlo, di sentirne il buon odore e di assaporarlo con gusto. 

Questo approccio sensoriale aiuta a trasformare le aspirazioni in realtà tangibili, rendendo il futuro un luogo percepibile e non solo una vaga idea. 

Il contadino potrebbe anche desiderare di espandere nel giro di alcuni anni la sua attività, con l’apertura di un agriturismo che gli consentirebbe di lavorare a contatto con la natura e nel medesimo tempo di svolgere un’attività di ricezione e ospitalità all’interno della propria azienda agricola. 

A questo proposito potrebbe ad esempio immaginare di portare in tavola i suoi prodotti, facendo quindi apprezzare ulteriormente la loro qualità e magari di sviluppare anche attività didattiche legate all’agricoltura/giardinaggio e alla ristorazione. 

In questo caso si parla di una visione a lungo termine, che supera i risultati immediati, e si focalizza sulle conseguenze future delle decisioni attuali, vale a dire su cosa si aspira a diventare, quindi più rivolta a definire il progetto di vita e di lavoro». 

La conclusione del Relatore 

A conclusione della sua presentazione il Relatore riassunse il contenuto di quanto aveva evidenziato, con queste parole: «Abbiamo visto che la paura del futuro è un’emozione naturale, specialmente in contesti in cui l’incertezza risulta predominante, ma la speranza combinata con una visione chiara e trasformativa permette di agire e costruire attivamente il domani. 

Definire quest’ultima consente infatti di unire obiettivi a lungo termine e azioni quotidiane, creando motivazione, resilienza e una vita autentica. 

Per contro, la mancanza di una visione futura, è solita produrre una condizione psicologica ed esistenziale che affossa la speranza, inducendo così disorientamento, bassa autostima e difficoltà nel definire obiettivi significativi. 

In questa situazione è facile riscontrare nelle persone uno stato di apatia con il conseguente sviluppo di demotivazione». 

Continuò dicendo: «Voglio anche sottolineare che scegliere il proprio futuro 

richiede coraggio, autoanalisi e pianificazione attiva, passando dalla riflessione sui propri interessi (cosa piace/non piace) alla definizione di azioni concrete, non solo dettate da necessità esterne, ma da un profondo desiderio interiore e dalla fiducia nel domani. 

Risulta perciò fondamentale valutare le proprie capacità, il contesto personale e le risorse disponibili, per trasformare la paura dell’incertezza in una risorsa attiva, smettendo così di combattere l’imprevisto per iniziare a usarlo come stimolo per la creatività, la crescita personale e l’azione». 

Concluse il suo intervento con queste parole: «Ebbene, se riuscirete ad essere nella condizione di fare ciò che avete desiderato, con le giuste competenze, vi troverete al centro di un circolo virtuoso capace di trasformare l’impegno in piacere, con l’effetto di aumentare la motivazione interiore e produrre effetti positivi e duraturi sulla salute, sulle relazioni e sui risultati lavorativi. È l’augurio che vi faccio…». 

Le riflessioni di Giovanni 

Una volta terminata questa prima presentazione fu annunciato un intervallo di 15 minuti prima dell’intervento successivo. Giovanni ne approfittò per rivedere i suoi appunti. 

Quanto aveva appena sentito lo indusse a pensare alla ragione per cui aveva scelto il corso di laurea in Ingegneria Civile. Se gli avessero fatto questa domanda prima dell’intervento del Relatore avrebbe risposto che vi aveva visto delle buone opportunità di impiego, una volta terminati gli studi. 

Ora comprendeva quanto questa risposta fosse generica e priva di orientamento. Si chiese quindi cosa potesse rappresentare un “perché” delle proprie fatiche e azioni future, capace quindi di trasformare l’impegno in piacere  e rendere la sua vita ricca di significato per sé e per la comunità di riferimento. 

Gli venne in mente che le opere civili che avevano resistito nel tempo lo avevano sempre affascinato. Come ad esempio i ponti che oltre al significato strutturale, indicavano metaforicamente un collegamento tra persone o idee e altro ancora. 

A questo proposito, vicino casa sua c’era un ponte costruito dai Romani che era stato edificato per superare un torrente e che era tutt’ora utilizzato per unire due frazioni (che potevano così condividere servizi essenziali in poco tempo). A suo giudizio era molto robusto e bellissimo! 

Pensò anche alle competenze che gli architetti romani dovevano possedere per realizzare opere di questo genere: nonostante le tecnologie si fossero evolute nei secoli e lui le avesse studiate, era consapevole di non avere ancora sufficiente esperienza per applicarle con successo. 

Certo, se dopo la laurea avesse potuto iniziare a collaborare in un team di progettazione operante in questo campo, sarebbe stata una buona cosa: avrebbe potuto sviluppare l’esperienza che ora non aveva. A conti fatti non gli importava dove, magari all’estero. In questo caso avrebbe imparato anche a comunicare in altre lingue. 

Improvvisamente Giovanni si rese conto che stava cominciando a identificare ciò che gli sarebbe piaciuto fare. Naturalmente avrebbe dovuto prendersi il tempo necessario per approfondire l’argomento, seguendo le indicazioni del Relatore, ma sicuramente questo pensiero poteva essere il primo passo per dare un senso alla propria vita professionale e personale! 

Si rese conto che stava sperimentando un momento di svolta interiore (***), che non significava ignorare le difficoltà attuali, ma piuttosto uno stimolo ad adottare un approccio più orientato alla speranza, alla responsabilità e al pensiero anticipatorio. 

Una cosa era certa: questi nuovi pensieri lo avevano indotto ad avere più fiducia nel fatto che qualcosa di buono sarebbe potuto accadere e ciò lo aveva aiutato a interrompere il ciclo di pensieri negativi sul futuro che lo subissava costantemente, cominciando invece ad alimentare la speranza. 

Sorrise compiaciuto e in attesa del prossimo relatore decise di prendersi un caffè nell’atrio davanti all’aula. Sentiva di meritarselo. 

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(*) Autoefficacia, definita da Albert Bandura come la fiducia nelle proprie capacità di raggiungere obiettivi specifici, è il motore principale della motivazione. Una forte autoefficacia spinge all’azione, aumenta l’impegno e la perseveranza di fronte alle difficoltà, mentre una bassa percezione porta all’evitamento delle sfide 

(**) S.M.A.R.T.: è un acronimo inglese che definisce un metodo per la definizione di obiettivi chiari, efficaci e raggiungibili, fondamentali nel project management e nella crescita personale. 

Le lettere che lo compongono hanno questo significato: Specific (Specifico), Measurable (Misurabile), Achievable (Raggiungibile), Relevant/Realistic (Rilevante/Realistico) e Time-bound (Definito nel tempo). 

(***) Svolta interiore: definisce una transizione psicologica fondamentale in cui una persona abbandona vecchi schemi disfunzionali (paura, scetticismo, passività) per adottarne di nuovi, orientati alla crescita e alla soluzione. 

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Di Vessillo Gianni Valentinis

Laureato in Ingegneria al Politecnico di Milano, ha percorso la sua carriera nell’ambito di società multinazionali, ricoprendo vari ruoli dirigenziali e acquisendo una profonda conoscenza delle necessità del business, del suo sviluppo e della gestione d'impresa. I suoi attuali interessi sono rivolti allo sviluppo individuale e organizzativo e alle dinamiche di innovazione nelle organizzazioni, temi su cui ha svolto attività di consulenza e docenza. Ha pubblicato “Alla ricerca dell’eccellenza comportamentale” con A. Mandruzzato, Ed. Franco Angeli, 2014; “La strada per l’eccellenza” con A. Mandruzzato, Ed. Etabeta, 2022.