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Immaginate – come proponeva la rivista Fortune  in un articolo di qualche anno fa – di essere nei corridoi della vostra azienda con alcuni collaboratori. Uno di essi vi pone un quesito tecnico e, con tutti gli occhi puntati su di voi, dopo un attimo di esitazione dite “non lo so”. Come vi sentireste? Cosa percepirebbero i vostri collaboratori? Come vi comportereste in questa circostanza?

Una ricerca svolta a livello internazionale su circa mezzo milione di lavoratori, pubblicata alcuni anni fa sul Time Magazine, metteva in luce come alla domanda: “il tuo capo dovrebbe sempre avere tutte le risposte?”, i partecipanti avessero dato risposte molto diverse a seconda della nazionalità di appartenenza: se infatti aveva risposto affermativamente addirittura il 98% degli indiani, lo aveva fatto anche il 73% dei brasiliani, il 69% di noi italiani ma solo il 27% degli olandesi, il 23% dei norvegesi, l’11% dei danesi e il 7% degli svedesi.  

 

A culture diverse corrispondono approcci diversi al lavoro ed al rapporto tra capo e collaboratori. I manager scandinavi (ed in particolare gli svedesi) non sono così interessati al tema dell’autorità, non temono di perdere la faccia davanti ai loro collaboratori se dicono apertamente di non sapere qualcosa e preferiscono dare importanza alla relazione, alla motivazione dei collaboratori ed alla fiducia. Più che al controllo, sono generalmente orientati ai risultati ed alla delega, responsabilizzando i lavoratori e stimolandoli a proporre miglioramenti.

Il modello manageriale scandinavo è sicuramente affascinante. Anche se la cultura organizzativa italiana, stando anche agli esiti della ricerca sopra menzionata e fatte salve alcune importanti eccezioni, ne è generalmente parecchio distante. Pure noi però, magari con l’aiuto di un coach, possiamo domandarci quale modello della nostra leadership stiamo raccontando ai nostri collaboratori, qual è la cultura vigente nella nostra azienda e cosa possiamo fare per introdurre dei cambiamenti. Abbiamo in mente la figura di un boss  tecnicamente quasi onniscente, oppure sarebbe preferibile un manager che sa quanto basta per valutare le situazioni e le eventuali criticità ma che dedica una parte importante del suo tempo di lavoro a far crescere i collaboratori, uno ad uno, e l’intero team di lavoro?

A volte, forse, non servirebbero capi che danno meno risposte e stimolano più domande?

Nel prossimo articolo, <Il capo sa tutto, forse> una piccola lista di cose da fare e dire, per il capo che si trova a non sapere o non saper fare.

 

photo by Miguel A. Amutio

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Di Attilio Leoni

Opera attualmente come manager in ambito commerciale presso l'Azienda Trasporti Milanesi Spa dopo aver maturato una lunga esperienza come responsabile della formazione e più di recente nelle Operations. In precedenza è stato responsabile della selezione e dello sviluppo, si è occupato di gestione del personale e di comunicazione interna. Ha curato nel 2015 con M.E. Salati la pubblicazione del libro "Neuroscienze e Management" e nel 2021 del libro "Neuroscienze e sviluppo (del) personale", scrive inoltre articoli di management su periodici e siti online. In collaborazione con l'Istituto Francese di Archeologia Orientale del Cairo e con l'Università Statale di Milano ha svolto attività di archeologo e papirologo.