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Sicurezza e cultura della sicurezza, per far emergere in tutti noi l’attenzione al comportamento sicuro, il contrasto alla superficialità e alla trascuratezza. La chiave per arrivarci è un approccio formativo da coach, fare maieutica, fare gamification. Ne parliamo con Alessandro Raspante.
Partirei chiedendoti qual è la fotografia della sicurezza nel mondo del lavoro in Italia?

Purtroppo, parlando di sicurezza il bollettino che abbiamo nel nostro paese non è affatto positivo: gli infortuni sui luoghi di lavoro lo scorso anno sono stati quasi 700.000, un numero che volendo rendere più concreto vuol dire un infortunio ogni 45 secondi, e purtroppo il numero delle morti bianche è altrettanto negativo: ancora sopra i 1000 ogni anno, 3 persone che quotidianamente non fanno ritorno alle proprie case e dai propri cari…

Cosa pensi si possa fare per cercare di migliorare questa situazione così tragica?

Guarda, sono convinto che non esistano formule magiche o soluzioni miracolose, l’approccio alla sicurezza è multidisciplinare e deve mettere insieme molti tasselli diversi.

Per quanto mi riguarda ho deciso di concentrarmi sul tassello della formazione: poter lavorare a contatto con lavoratrici e lavoratori per cercare di impattare sui loro comportamenti e su tutte quelle abitudini non sicure che ci accompagnano quotidianamente. Ritengo sia fondamentale approcciare il fattore umano se vogliamo sperare di ottenere dei miglioramenti concreti.

Dimmi di più, qual è quindi il tuo approccio all’ambito formativo?

Dopo questi anni in cui ho avuto la fortuna di conoscere migliaia di persone, di sentire le loro storie e i loro trascorsi, ho capito che la formazione tradizionale non è lo strumento adatto per un vero cambiamento.

I corsi vengono spesso e volentieri visti come un mero obbligo normativo, “ore e ore che perdiamo” in un’aula a sentirsi riempire di commi, articoli, decreti e leggi che poco hanno a che fare con il mondo vero.

Le lavoratrici e i lavoratori si trovano a subire  passivamente lunghi monologhi del docente, corredati da una serie infinita di diapositive che scorrono, con muri di parole con un meraviglioso effetto soporifero.

Una visione del genere non può che portare a una naturale conclusione nella testa dei partecipanti: i corsi di formazione sulla sicurezza non servono a niente, sono noiosi e preferirei essere a lavoro piuttosto che farne un altro.

E come può migliorare questa situazione?
Cambiando prospettiva innanzitutto: i partecipanti devono essere gli attori protagonisti dell’attività formativa e non dei semplici spettatori – non siamo a teatro o al cinema e non hanno scelto loro di comprare il biglietto. 

Ho iniziato così a introdurre una serie di attività esperienziali nei percorsi che facevo, fino ad arrivare all’utilizzo del game-based learning e di strumenti di gamification per aumentare così il coinvolgimento e l’interazione delle persone.

Tramite l’uso del gioco le persone si lasciano andare più facilmente, si aprono e condividono le proprie esperienze, idee, problemi ed è in questo modo, quando le difese sono abbassate, che si può iniziare a lavorare sui comportamenti e sulle abitudini, costruendone di virtuosi.

Il gioco inoltre permette di sperimentare situazioni in un ambiente protetto e controllato, per capire quindi gli effetti delle proprie azioni e dei propri errori senza doverne però subire realmente le conseguenze.

Che riscontri hai avuto da questo tipo di attività?

Guarda Paola, all’inizio può spaventare l’idea di dover far giocare persone adulte, in un corso di formazione sul lavoro e su una tematica così importante.

C’è ancora molta diffidenza sia da parte delle aziende che commissionano le attività (“perché mai spendere soldi per far fare i giochini ai lavoratori”) ma anche da parte degli stessi partecipanti.

L’approccio al gioco in aula deve essere graduale: una volta nel mood giusto, dove viene fuori il lato giocoso di ognuno di noi, tutto inizia a scorrere naturalmente e le persone si sentono pienamente coinvolte – scatta una sana competizione  nella quale tutti si mettono davvero in gioco. Questi sono quei ricordi che si potranno portare anche al di fuori dell’aula formativa, così che il lavoro svolto durante il corso acquisisca un senso concreto nel quotidiano.

Questa è la magia del gioco e della giocosità che non dobbiamo mai mettere da parte in tutti gli aspetti della nostra vita.

 

Photo by Ümit Yildirim

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Di Paola Maria Uslenghi

Senior Training, Empowerment Coach, Carrer Coach per multinazionali, imprese, università e "persona", ha un’esperienza pluriventennale nel campo delle formazione, coaching e orientamento- Laureata presso l’Università Cattolica di Milano in Pedagogia, ha conseguito il Diploma Universitario di Consigliere Psicopedagogico e i Master in Processi di Orientamento e Consulenza alla Carriera e in Outdoor Training. Si è formata con professori e scienziati di fama internazionale tra i quali: Tim Gallwen, Otto Scharmer, Paul Watzlawick, Deepak Chopra, Orwin Avalon, Georg Senoner, Massimo Bruscaglioni, Paola De Leonardis, Daniele Novara…