La parabola dei talenti (dal Vangelo secondo Matteo) si conclude con la punizione del “servo malvagio e infingardo” che, per paura di fallire, non mette a frutto il talento assegnatogli, e lo sotterra, rendendolo inutile a sé ed al mondo. Il Signore gli dice: “Gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Di cosa parli la parabola, è chiaro: i talenti sono i Doni, le Potenzialità positive che Dio, la Natura o la Sorte ci hanno dato, e non portarli a pieno compimento è il peccato dei peccati, che condanna, inevitabilmente, all’infelicità.

 

Abbiamo tutti sperimentato personalmente alcuni momenti felici, nei quali non sentiamo mancanza e bisogno di nulla, in unione ed armonia con noi stessi, con gli altri, con il mondo. E tutti intuiamo che ci sono buoni modi di vivere, che possono accrescere la frequenza e l’intensità di tali momenti, consentendo anche di affrontare con serenità ed equilibrio gli inevitabili dolori della vita.

Per i Saggi della Classicità – Socrate, Platone, Aristotele, Seneca, ecc. – la costruzione della felicità consisteva sostanzialmente nella pratica della Virtù, nel coltivare dentro di noi e mettere in atto nei comportamenti quelle qualità positive che consentono la comprensione ed il raggiungimento del Bene.

Quali erano queste Virtù? Certamente la Saggezza, la capacità di riconoscere il Bene ed il modo di raggiungerlo; poi la Forza, il vigore, il coraggio e la perseveranza per raggiungerlo; prima ancora di tutte l’Amore, la scelta stessa del Bene, come orizzonte della vita e misura di ogni azione.

 

Abraham Maslow, il fondatore della Psicologia Umanista, afferma nel secolo scorso:

“Se progetti deliberatamente di essere meno di quello che sei capace di essere, allora ti avviso che sarai infelice per il resto della tua vita.”

Il bisogno più fondamentale, radicale ed imprescindibile, è l’aspirazione all’Autorealizzazione delle potenzialità positive, le Virtù per l’appunto. Lungo tale percorso, tutti i bisogni dell’esistenza, ciò che definiamo complessivamente il Bene, possono venire con naturalezza pienamente appagati: l’Autoconservazione (bisogni fisiologici e sicurezza), l’Amore (l’appartenenza, l’amare ed essere amati), il Valore (il riconoscimento, la stima e l’autostima). Ad essi, giustamente, Albert Bandura aggiunge l’Autoefficacia (l’autonomia, la creatività, la capacità e la consapevolezza di avere un effetto trasformativo sulla realtà).

 

L’Enneagramma, una caratterologia più che millenaria, le cui origini si perdono nel Medioevo Cristiano ed Alchemico, può essere anzitutto visto, fruttuosamente, come un diagramma di 9 virtù fondamentali,  declinazioni delle tre Virtù della Classicità.

In esso l’Amore (che è dunque sia bisogno che virtù) si articola in amore di sé (il Piacere), per l’altro (la Generosità), per la collettività (ricerca della Pace); la Saggezza è ricerca della Conoscenza, rispetto delle leggi o Giustizia, e affermazione della Verità e dell’Autenticità; la Forza è Coraggio delle proprie scelte, Volontà di perseverare, sforzo di Miglioramento di sé e del Mondo.

 

Sulla porta del tempio dell’Oracolo di Delfi, oltre al famoso “Conosci te stesso”, appariva anche un “Nulla di troppo”. Le singole virtù, allorché isolate fra loro, sovrainvestite e generalizzate al di fuori di ogni contesto, portano allo squilibrio dell’atteggiamento, del comportamento e dei vissuti, e diventano automatismi, perdono il valore della scelta, si trasformano in fissazioni cognitive e in un persistente ground emozionale negativo. Ognuno di noi nasce in una diversa famiglia, in uno specifico ambiente, in una certa cultura, nella quale i bisogni vengono inevitabilmente appagati in modo condizionato e situazionale, attraverso una serie di adattamenti creativi individuali, sviluppando alcune potenzialità, talvolta fino all’ipertrofia, mentre altre rimangono più nell’ombra, rattrappite o, come nella parabola evangelica, sepolte, negate e dimenticate.

 

Vediamo l’effetto di alcuni ambienti primari difficili sulla formazione della Personalità.

  • L’ipercritica spinge la tendenza al miglioramento di sé e del mondo fino alla tortura ed all’autotortura rabbiosa del perfezionismo.
  • Un diffuso senso di irrilevanza e carenza sviluppa la generosità ai limiti della seduzione, infantilizzando il prossimo per rendersi orgogliosamente indispensabili.
  • Il bisogno insoddisfatto di riconoscimento porta alla ricerca coatta e vanitosa del successo, a prescindere dal benessere individuale proprio ed altrui.
  • La mancanza di ascolto esaspera l’espressione di sé in teatralità e melodramma, coprendo ogni cosa di un velo di tristezza o di invidia.
  • L’invasività spinge a proteggersi con la chiusura, la razionalizzazione, la desensibilizzazione e l’avarizia emotiva.
  • Ambienti minacciosi e punitivi creano fobia, ipocondria e paranoia.
  • La troppa sofferenza spinge a iniezioni artificiose e continue di euforia e edonismo.
  • La dominanza arbitraria genera ribellione, vendetta, amore dell’eccesso.
  • Gli echi assordanti del conflitto spingono ad una armonia fittizia che ottunde l’anima.

 

image(I sette peccati capitali, olio su tavola di Hieronymus Bosch, 1450 – 1516)

 

Ecco allora dispiegarsi 9 grotteschi personaggi (umani, troppo umani) o Enneatipi, nei quali possiamo, chi più chi meno, di volta in volta identificarci: il Perfezionista, il Seduttore, l’Arrivista, il Melodrammatico, l’Eremita, il Fobico, l’Edonista, il Boss ed il Pacifista; con tutto il loro bagaglio di emozioni bloccate: la Rabbia, l’Orgoglio, la Vanità, la Tristezza, l’Avarizia, la Gola, la Lussuria e la Pigrizia. (Queste emozioni di fondo sono proprio, con qualche variante, i Vizi capitali della Cristianità: la Superbia si è sdoppiata in Orgoglio e Vanità, e si è aggiunta doverosamente la Paura, forse perché non ritenuta vizio – viva il timor di Dio! – ai tempi dello strapotere della Chiesa).

 

Ogni vita merita un romanzo, scrive Erving Polster, uno dei padri illustri della Gestalt.

Le potenzialità pienamente sviluppate descrivono la nostra Persona o Personalità o Carattere, così come si è sviluppato nel tempo; le altre, sullo sfondo, sono invece l’Ombra, e spingono per essere liberate e nutrite, per il bisogno condiviso di essere autentici ed interi.

I talenti sono bisogni, e premono incessantemente per venire tutti alla luce. La scoperta e la reintegrazione dell’Ombra (Carl Gustav Jung e Friedrich Perls) è il compito della seconda parte della vita. Il Gestalt Coaching è il percorso di esperienza, consapevolezza e sostegno che come professionisti noi forniamo al bisogno irreprimibile di autorealizzazione e crescita personale.

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Di Franco Gnudi

Franco Gnudi è fondatore e Direttore della Scuola Gestalt Coaching di Torino. Si è laureato in Ingegneria Meccanica, ha approfondito la propria formazione manageriale presso la SDA Bocconi, ha lavorato per diversi anni in grandi aziende italiane (ENI, Pirelli, Ariston). Ha conseguito la laurea in Psicologia Clinica e la Formazione in Psicoterapia della Gestalt, un approccio fortemente esperienziale e dialogico alla crescita personale. Il desiderio di integrare le conoscenze e le competenze acquisite, lo ha portato più recentemente allo studio del Life, Business Coaching e Organizational Consulting attraverso il Master in Gestalt delle Organizzazioni (SGT, Torino) e il Master in Business ed Executive Coaching (SCOA, Milano), con i quali ha potuto conseguire le certificazioni internazionali di EAGT-Gestalt Practitioner in Organisations e WABC Certified Business Coach. Collabora come Consulente, Formatore e Business Coach con varie aziende del settore pubblico e privato.