Quando un’associazione, che ha affidato la direzione a un factotum dotato di troppi poteri, decide di affiancargli un consulente/coach, al fine di indirizzarlo verso sani principi ed obiettivi di business, che cosa può succedere?

L’obiettivo dichiarato, e condiviso dall’interessato, era la sua crescita personale -ovviamente in termini di statura professionale-  al fine di gestire in modo sempre più brillante l’associazione stessa. Quindi inizialmente ne ho sollecitato la fantasia e la creatività, per facilitare la sua ricerca di nuovi sbocchi produttivi e/o commerciali per tutti gli associati. Dopo due incontri era chiaro che non era interessato a sviluppare idee o acquisire tecniche per farle sviluppare ad altri.

Allora è emerso che si poteva puntare sulla crescita delle sue competenze manageriali. In parte fornendo strumenti e metodi di controllo, in parte valorizzando la sua storia professionale, per far emergere capacità e potenzialità latenti. Ma dopo un paio di puntate, fatte di esercizi sulla pianificazione e sulla presa di decisione, sulla delega e sul controllo, si è capito che nemmeno questo gli interessava realmente. Mi ha fatto capire che desiderava qualcosa di più concreto.

Ho smesso i panni del coach per indossare quelli del consulente, e ho cominciato a illustrargli come arrivare ad una corretta ottimizzazione dei costi, operativi e finanziari, nell’interesse degli associati. Qui ha fatto capire che stavo sul banale. E che era meglio posizionarsi su qualcosa di più alto profilo, come una efficace comunicazione degli obiettivi dell’associazione.

 

Torno a fare il coach, e attraverso le domande e gli esempi cerco di mettere a fuoco target, risorse, strumenti, argomenti, priorità… mentre nella mia testa coltivo immagini di mercato, di libera concorrenza, di crescita nel business, di autorevolezza e fecondità dell’organizzazione.

Purtroppo solo nella mia, di testa! Infine ho capito.

Niente vale, e invano combatto per aiutarlo, quando l’associazione in realtà si deve adeguare e sottostare a principi politici, clientelari, di poltrone, di potere.

Allora non servono più competenza – esperienza – coinvolgimento – costanza – rigore. E nemmeno flessibilità, adattamento, fiuto politico. Ma il criterio diventa … una tessera! Così il nostro coaching si è concluso, con pochissimo orgoglio da parte mia, con rassegnazione da parte dei soci che avevano promosso l’iniziativa, e con soddisfazione dell’interessato, che vedeva confermata la centralità delle sue competenze di base.

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Di Francesco Dolcino

Trasforma le idee di business in cose che si fanno, una dopo l’altra e nella giusta sequenza, fino a conseguire il risultato. Lo fa soprattutto in supporto a imprenditori di medie aziende, in fase di start up o di consolidamento o di maturità/declino. Svolge attività di volontariato in varie associazioni, in particolare per anni è stato vicepresidente di Anlaids Lombardia. Ha pubblicato “Così in Campo”, ricerca statistica sul Palio di Siena nei secoli; “Massime e minime” raccola di aforismi chiosati; “La spiritualità Francescana in Guglielmo di Occam”